Un netto No alla demagogia d’accatto dei 5 Stelle

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“C’è chi dice no”, canta Vasco Rossi in una delle sue canzoni più fortunate, che ha dato il nome ad un album da record, in cima alle classifiche per ben dodici settimane, con oltre un milione di copie vendute. E’ un brano asciutto che fotografa e racconta la realtà così com’è, a dispetto della superficialità di chi vive distrattamente nell’ipocrisia e nel bigottismo. E’ un inno alla ribellione, contro i luoghi comuni e le omologazioni. Era il 19 marzo 1987. Ora nel settembre 2020 “c’è chi dice no” alla demagogia d’accatto di chi voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno e alla fine invece è rimasto bene inscatolato. Noi diciamo, e votiamo, no al taglio dei parlamentari tanto caro al Movimento Cinque Stelle e venduto dai suoi esponenti soprattutto come taglio alla politica. Al contrario, si tratta di un inganno bello e buono. Difatti, il risparmio sbandierato ai quattro venti è falso: a conti fatti da Carlo Cottarelli, non un pericoloso sovranista, sarà di 57 milioni l’anno, lo 0,006% della spesa pubblica italiana, praticamente un euro a testa. Il grosso dei costi rimane, il personale sovradimensionato e strapagato del Parlamento rimane, e comunque col debito colossale dello Stato anche risparmiare qualcosina (ripetiamo, un euro per ciascun italiano ogni anno, cioè un caffè) e venderlo come riduzione delle spese è davvero pubblicità ingannevole. Che i politici stessi abbiano molte responsabilità per i sentimenti diffusi di indignazione e rabbia verso gli inquilini dei Palazzi romani del potere è cosa arcinota e solare, ma non si può a tutti i costi buttare il bambino con l’acqua sporca. Così non è e non deve essere, perché il ‘Palazzo’, anche se abitato da personaggi inattendibili, rimane sacro e maestoso. Non a caso Palazzo Montecitorio e Palazzo Madama visti da vicino e da fuori ti incutono subito un certo rispetto, sono grandi, possenti, alti e sono lì da ben cinque secoli. Sì, l’impressione è quella di istituzioni imponenti, realmente da rispettare. Diciamolo: quando vedi i servizi in televisione o senti i notiziari in radio, spesso ti vengono in mente i personaggi che detesti e le Camere ti mettono addosso una gran rabbia. Ma quando le vedi da vicino è diverso. Molto diverso. Perché gli inquilini del Palazzo alla fine siamo tutti noi cittadini di questo Paese. Italiani. E la Camera e il Senato sono nostre città, dentro la Capitale, con le loro strade, regole, leggi, riti. Entrare a Montecitorio e a Palazzo Madama significa pure aprire le porte alla storia, all’arte, alle tradizioni e ai costumi dell’Italia. Dalla storica fontanella della Camera dalla quale bevevano anche Benedetto Croce e Filippo Turati ai segreti del Transatlantico, dove notoriamente deputati e senatori si intrattengono durante gli intervalli delle sedute parlamentari e dove noi giornalisti accreditati andiamo a caccia di retroscena. Dalla buvette alla sala stampa, dai corridoi e dalle sale piene di storia e di ricordi (Lupa, Corea, Regina…) alle semi-sconosciute sedi distaccate nel centro storico di Roma, agli uomini e alle donne in grigio, cioè la ben pagata burocrazia parlamentare, i funzionari. No, naturalmente come già sottolineato non è affatto il mondo ideale, anzi. Da noi vige il cosiddetto bicameralismo perfetto, ossia la deliberazione di una camera deve essere approvata pure dall’altra camera e senza modifiche, altrimenti serve un altro passaggio (le famose navette). Un meccanismo complicato e questo sì da cambiare. Ma si tratta pur sempre di istituzioni, e in ogni caso i parlamentari sono la rappresentanza dei bisogni reali del Paese, ossia sanità, lavoro, istruzione, welfare: meno sono gli eletti e più sono casta. Con maggiore facilità di controllo dei voti per scopi personali. Vi ricordate il film “Il portaborse” di Nanni Moretti? Rivedetelo, prima di entrare nella cabina elettorale. Ciò che serve è la competenza, non il numero minore degli eletti: col taglio dei parlamentari si riduce la rappresentanza, quindi lo spazio della democrazia. Che si indebolisce quando diminuiscono i suoi rappresentanti. Per esempio, Augusto, primo Imperatore romano, portò il numero dei senatori da 900 a 600 per accrescere il suo potere e governare l’Impero con quelli a lui più fedeli. E venendo ai giorni nostri proprio la storia dei grillini dimostra come non conti quanti sono, ma come sono. Non è vero che uno vale uno, e spesso nel loro caso uno è stato pari a zero. O anche meno. Non servono meno parlamentari, ma parlamentari competenti. Possibilmente scelti non sulla rete con un click: con gli attuali sistemi di selezione avendone meno avremmo solo il peggio. Insomma, i parlamentari adesso fanno schifo, sono ignoranti, disonesti, imbarazzanti? Non cambia niente se invece di dieci sono quattro: non dobbiamo tagliarli, dobbiamo sostituirli. Per avere deputati e senatori che conoscano le leggi e che siano in grado di fare scelte coraggiose. Come dire, il taglio delle poltrone è un falso problema: i veri problemi sono un Guardasigilli (Bonafede) che non conosce le basi del diritto, un ministro degli Esteri (Di Maio) che non sa l’inglese, un ministro dell’Istruzione (Lucia Azzolina) che scrive infrazione al posto di effrazione, un premier (Conte) che ha difficoltà con i congiuntivi. Se il quesito referendario passa, per eleggere un deputato ci vorranno 151.210 elettori, anziché 96.006, per un senatore 302.420 anziché 188.424. Equivarrebbe a dimezzare la rappresentanza popolare in Parlamento. Una limitazione inaccettabile della sovranità. Anche perché poi spesso e volentieri assistiamo al gioco delle tre carte: si tagliano 300 poltrone di parlamentari e si creano 3.000 poltrone extraparlamentari. Ovvero, le corti: amici, amiche, amici di amici, compagni di scuola, vicini di casa… A spese di chi? Ancora una volta l’esempio del M5S parla chiarissimo: vogliono diminuire il numero di chi sta in Parlamento e intanto dilapidano cifre iperboliche, continuando ad assumere parenti e consulenti dato che non hanno alcuna competenza. La questione non è la quantità, è la qualità. “C’è chi dice no”, e noi il 20 e 21 settembre diciamo e votiamo no.

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