Verga, il poeta dell’amore per la terra diventata Patria

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Se tra i grandi dell’Ottocento Leopardi è l’urlo femmineo e la fantasia classica delle Operette Morali; se Giosué Carducci è il Vate dell’Unità e il primo “parnassiano italiano”; se Foscolo è la Rivolta e la fedeltà alla composizione del verso e ai Morti; se Alessandro Manzoni è la Lingua Italiana; ecco,  Giovanni Verga è la Terra.

Vestiva di nero al suo ritorno a Catania. Fu l’ultimo scrittore al quale si baciava la mano. Un aneddoto che ricorda Forte come la morte, di Guy de Maupassant, si tramanda in tal modo: Giovanni Verga, mai sposato, aveva una relazione con una nobildonna torinese. Accade che alla Signora viene a mancare il marito. Allora ella scrive all’amato che può raggiungerlo, ormai i divieti sono caduti. Giovanni Verga le risponde: “Il nostro amore è stato questo. Che continui così”.

Quando morì mio nonno, che era un patriarca, e che per tutta la vita si spese per riconquistare la terra perduta da suo nonno che vide Garibaldi scivolare da cavallo, nella battaglia a sud di Roma, nel 1849, nell’ambito della Repubblica Romana, Giovanni Verga con la sua radicale appartenenza al mondo dei Vinti  e Ugo Foscolo con la sua orfanezza eroica  furono i miei punti cardinali, i viottoli che attraversavano il caos emotivo e mi proteggevano e spingevano ad agire.

D’Annunzio, Verga, lo amava incondizionatamente; come adorava Giovanni Pascoli. Verga fu un uomo di onore: quando il fiumano, il topolino cieco del Vittoriale, il romanziere de Il piacere, il poeta de La pioggia nel pineto, decollò in volo, il nobile catanese sempre più si ritirò nel suo nero implacabile.

Da giovane Giovanni Verga descrisse i Carnevali a La pergola a Firenze. Prima aveva scritto Amore e Patria (tenetelo a mente). Poi Eva, che rimanda alle ballerine di Degas. Ma la sua Eva è appesantita dall’ineluttabile uscita di scena: non può restare farfalla danzante nei colori.

Con Storia di una capinera si affligge nei panni di una reclusa che si strugge dietro le sbarre. Ma è con Tigre reale e Eros (come le gran dame splendide e a corto di globuli rossi di Giovanni Boldini) che Giovanni Verga punta al romanzo popolare o d’appendice. Romanzi ossigenati invece dai suoi globuli rossi. Cioè dalla sua vita. Sono fantastici. Per decenni, invece, catalogati come minori.

Epperò Giovanni Verga sente il richiamo della Terra, e allora torna in Sicilia. I critici parlano di conversione letteraria (speculare alla conversione dell’Innominato): dal popolare che inneggia alla femme fatale, Verga abbraccia il famoso Verismo mutuato dal Naturalismo francese a opera di Luigi Capuana che, nel frattempo, scriveva Il marchese di Roccaverdina: uno dei romanzi più sorprendenti che siano mai apparsi. Ebbene, Verga, si innamora letterariamente di Nedda, la raccoglitrice di ulive. Sì, è la Terra che lo chiama; è il patto con se  stesso che lo spoglia delle fanfarette del demi-monde. Però, si sappia, che egli è antropologicamente nato per narrarci la sconfitta. Senza sciocche avversative.

I Malavoglia sono la storia di una famiglia, di un Padrone, della Lotta, della Sconfitta. Sono annodati fra loro. Il loro sangue circola in arterie innestate a corpi diversi. E’ curioso: essi combattono con il mare ma è come se continuassero a dilaniarsi colpendo la Terra. Accettano che la Terra costa una vita intera. Perché la loro Terra è la loro Patria. E chi tradisce è bandito, è un bandito. Ha interrotto il flusso del sangue, del dolore, del dovere: non potrà mai essere il figliolo che ritorna.

Libertà: è la novella più veloce per esecuzione e immagine che sia mai stata scritta. Verga fonda l’Epos moderno senza mai sganciarlo dal remoto. La retorica delle illusioni è polverizzata. Il destino porta alla sconfitta e alla morte. Ogni eroe, e non solo i pescatori di Acitrezza, ha sperimentato ciò che la natura e il fato impongono.

Mastro don Gesualdo prova a scalare le illusioni, ma sposando Bianca, una nobildonna esangue e decaduta, accelera i motori della sconfitta. Del rimpianto. Ecco: se un uomo non ha rimpianti vuole dire che non ha vissuto. E così, nel Progetto dei Vinti, avrebbe dovuto proseguire ne La duchessa di Leyra, mai ultimato.

Se Alessandro Manzoni è stato il padre della Patria della Lingua Italiana, Giovanni Verga ha tradotto la Terra e l’amore per essa in Patria.

Mazzarò, il tanto vituperato Mazzarò, protagonista della novella La roba, non urla e si dispera e prende a bastonate galline e ciò che gli capita a tiro perché la morte si avvicina e egli deve mollare quello che ha faticosamente costruito per tutta la vita, no, Mazzarò non vuole lasciare la sua Patria.

La Terra è la sua Patria. E’ stata per lui ventre, moglie, figli, dolore, sudore. Perché ogni Patria si paga con la morte in vita. E con molto sangue donato.

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