In arrivo le leggi in difesa di presepe e musica italiana

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Due atti legislativi in questi giorni sembrano annunciare che il centrodestra ha finalmente deciso di disseppellire l’ascia nella guerra culturale da lungo tempo dichiarata dal wokeismo alla nostra civiltà.

In Senato l’avvocato Lavinia Mennuni (FdI) ha presentato come prima firmataria un disegno di legge il cui scopo è impedire la proibizione del presepe, delle recite o di altri simboli tradizionali del Natale nelle scuole oppure la mistificazione di questa ricorrenza sotto forma di generica “festa invernale”. “Il presepe, nato a Greccio 800 anni fa per mano del nostro Patrono san Francesco è uno dei simboli della nostra identità”, dice la Mennuni nel video su X in cui annuncia il DdL in occasione dell’anniversario dell’invenzione del Poverello di Assisi.

L’altra legge è quella sul Made in Italy, che con il via libera del Senato permette al ministero della Cultura di adottare linee guida per preservare l’originalità di opere musicali, audiovisive e librarie custodite dal pubblico, per difenderle da possibili interventi di cancel culture. Secondo la norma approvata infatti le opere possedute dalle discoteche, cineteche e biblioteche pubbliche, ancorché oggetto di rielaborazioni successive, devono essere conservate e rese fruibili anche nella loro versione originale. Lo scopo – dichiara Alessandro Amorese, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Cultura della Camera – «è di evitare che “operazioni creative” di riadattamento con “nuovi linguaggi comunicativi” possano scalzare l’originale e ne facciano perdere la memoria».

Cancel culture è un termine che dall’estate del 2020 viene impiegato per definire la “cancellazione della cultura” condotta dal politicamente corretto e dai suoi sacerdoti. Questa prassi è il braccio armato del wokeismo, l’ideologia ultraprogressista che unisce marxismo culturale, decostruzionismo e intersezionalismo e che lo schieramento liberal transnazionale sta imponendo come ideologia unica in tutti i paesi occidentali, sostituendo le bandiere arcobaleno ai simboli nazionali, religiosi e identitari.

Ben lungi dall’essere solo una moda, da almeno un quarto di secolo sta conducendo battaglie reali e devastanti per la distruzione del patrimonio artistico e del retaggio storico in molti paesi: negli Stati Uniti è stato praticamente annientato il lascito storico sudista, e perfino i Padri della Patria (Washington, Jefferson, Lincoln…) o figure chiave della storia coloniale come Cristoforo Colombo e san Junipero Serra sono sotto violentissimo attacco. In Spagna sorte non diversa è toccata all’eredità del franchismo, che perfino i governi socialisti degli anni Ottanta del XX secolo avevano ritenuto di dover lasciare intatta e che ora invece viene sistematicamente cancellata. Nei paesi dell’Europa Orientale è invece il lascito comunista a essere sotto attacco, segno che la cancel culture non guarda al colore politico del passato ma semplicemente alla sua esistenza. È la storia stessa a essere l’obbiettivo del wokeismo, in qualunque sua forma.

Anche in Italia – come abbiamo visto – si cerca di far breccia per introdurre la cancel culture: i recenti attacchi all’architettura razionalista o alla nostra storia coloniale ne sono la prova.

L’assalto del wokeismo alla civiltà dei paesi occidentali è talmente virulento che da anni oramai negli Stati Uniti si parla dichiaratamente di cultural war, guerra culturale, dichiarata dalle legioni arcobaleno a ogni aspetto della tradizione e dell’identità.

Che siano violenti atti di vandalismo contro i monumenti oppure la mistificazione dei simboli attraverso il loro snaturamento (si pensi ai “paesaggi invernali” costruiti in tante scuole al posto dei presepi oppure l’osceno “siam pronti alla vita” della “versione renziana” dell’Inno di Mameli), lo scopo finale è cancellare l’identità e la coscienza nazionale. Per ottenere così una massa di individui indistinti, di Non-player character, pronti a scattare a ogni desiderata dei padroni del vapore, a sostenere “the current thing”, a mettersi in fila per il prodotto, la “battaglia sociale” o il segno di sottomissione promosso dall’influencer di turno.

Il prezzo dunque è la nostra libertà. Per difenderla, nel segno dei patrioti del Risorgimento, è ora di gridare “quando è troppo è troppo” e alla guerra culturale scatenata dalle orde arcobaleno rispondere con tutti i calibri.

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