Arrivano dall’UE i Talebani dell’architettura. Ma c’è chi non ci sta

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«Quando nel marzo 2001 in Afghanistan i talebani distrussero le gigantesche statue dei Buddha di Bamiyan tutto il mondo occidentale restò fortemente sorpreso e manifestò il suo sconcerto. I due Buddha erano “patrimonio dissonante” rispetto al regime integralista islamico dei talebani che venne fermamente condannato e fu oggetto di riprovazione da parte di tutti gli appassionati di arte, di storia e di cultura. Oggi quelle assurde posizioni integraliste sono state fatte proprie dai profeti della “cancel culture” che dall’America sono arrivati anche in Europa, per fare proseliti, cominciando ad occuparsi di architettura».

Lo scrive Alessandro Amorese, deputato FDI e capogruppo in Commissione Cultura, commentando la conferenza aperta a Cesena dal URBACT IV «AR.C.H.ETHICS – Architecture, Citizenship, History and Ethics to shape Dissonant Heritage in European cities». Un progetto che si propone di «ripensare» le architetture del Novecento definite «dissonanti» con la visione egemonica. Il tutto si avvale di ingenti fondi per progetti di «risignificazione». Che è il primo passo della cancel culture, come dimostrato dalle decine di casi di distruzione del patrimonio storico visti in tutto il mondo occidentale. Si inizia con la «risignificazione» e si finisce inevitabilmente alla demolizione o alla cancellazione.

Ovviamente, anche su questo fronte, l’Italia è il ventre molle, tant’è che la prima iniziativa di questo nuovo moloch europeo parte da Cesena, che farà da capofila di un gruppo di altre otto città: Permet (Albania); Vilanova de Cerveira (Portogallo), Betera (Spagna), Danzica e Cracovia (Polonia), Lero (Grecia), Lipsia (Germania) e Kazanlak (Bulgaria). Che qui si faccia sul serio, è testimoniato anche dall’entità dello stanziamento, che solo per trovare idee su come sfregiare a Cesena l’edificio della ex GIL, ora tribunale, e per la ex fabbrica Arrigoni, il comune romagnolo riceverà un finanziamento di quasi 181 mila euro.

Vale anche la pena di soffermarsi un attimo su quel termine «dissonante», che entra a far parte della panoplia di aggettivi con cui il fronte wokeista più intellò ammanta la propria strategia di cancel culture. Termine che fa il paio, per esempio, con «opacità», visto nell’installazione permanente «Museo delle Opacità» al Pigorini di Roma, di cui CulturaIdentità ha già parlato, con la quale la storia coloniale italiana viene per l’appunto definita «opaca». E mentre si dice tutto il male possibile di essa (perfino la cartografia, sarebbe «colonialista»), si celebra acriticamente l’impero abissino (sì, quello con la schiavitù, le pene corporali, il madamato etc.). L’impiego di terminologie suggestive e modaiole – dagli anglicismi come public program o care spaces ai neologismi come «colonialità» fino ai citati «dissonante» e «opaco» per definire l’odiato passato – è chiaramente funzionale a un’operazione di marketing presso la platea semicolta e narcisista dei radical chic, sensibili a questo tipo di vellicamento.

«Bisogna dire forte No alla “cancel culture” e a “strani” progetti dell’Unione Europea per l’architettura italiana della prima metà del Novecento. – continua Amorese – L’architettura razionalista fa pienamente parte della storia dell’architettura e del patrimonio artistico italiano e può ottenere dall’Unesco il riconoscimento di patrimonio dell’umanità», come del resto avvenuto per Asmara, città dell’Eritrea costruita in gran parte dagli italiani negli anni Dieci, Venti e Trenta dello scorso secolo e considerata uno dei gioielli dell’architettura in Africa.

«L’Ue si occupi di incentivare l’edilizia popolare anziché di sprecare soldi sul “patrimonio dissonante” che riguarda anche Germania, Spagna, Portogallo, Grecia, Polonia, Bulgaria e Albania. Edilizia popolare pensata magari con lo spirito di quartieri come la Garbatella e non di alcune brutture realizzate nel Nord Europa o l’edilizia brutalista del secondo dopoguerra di cui sono pieni i quartieri italiani per non parlare di Corviale, Scampia e altri scempi delle periferie».
«”Patrimonio dissonante” sembrano le parole d’ordine di “talebani dell’architettura” che non hanno alcun senso della realtà. Dovrebbero definire “dissonante” anche la sede nazionale della Cgil in Corso d’Italia a Roma solo per citare un illustre esempio o anche il Ministero dell’Industria, nonché tanti tribunali, ospedali, università, oltre all’Eur, il Foro Italico, il Colosseo Quadrato, persino via della Conciliazione per non parlare di Latina, Sabaudia e le altre città di fondazione, ecc. Non sono state considerate “patrimonio dissonante” nemmeno dopo la fine dei Fascismo o durante gli Anni di Piombo, non si capisce perché debbano diventarlo oggi, a quasi un secolo di distanza. L’Europa ha mille problemi da affrontare. Tutto ciò – conclude Amorese – è davvero ridicolo e deve preoccupare tutti quanti hanno a cuore l’arte e la cultura».

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1 commento

  1. cercare di cancellare la storia, il passato è per i comunisti imperativo, in quanto solo loro sono i detentori di verità, dimenticando ovviamente gli orrori STALINISTI e tutto ciò che il comunismo ieri , oggi e forse domani vuole prima cancellare e poi imporre.

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