Addio a Benito Nonino, il padre della grappa di alta qualità

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Tre generazioni di Nonino nella distilleria di famiglia. Al centro Benito. Foto dalla pagina FB della Nonino.

È morto a 90 anni Benito Nonino. Il celebre distillatore friulano, aveva avuto l’intuizione di trasformare la grappa da alcolico dozzinale e “da osteria” in un prodotto di alta qualità. Nonino, con la sua azienda di Percoto (Udine) ha incarnato l’ideale dell’imprenditore italiano: ingegno, visione, tradizione e una solida conduzione familiare. Il merito della sua straordinaria innovazione nel campo della distilleria, che ha tolto la corona ai blasonati spiriti stranieri – cognac e whisky – va infatti condiviso con i suoi familiari: sua moglie Giannola, in primis, e poi tre figlie Antonella, Cristina e Elisabetta che lavorano nell’azienda, e la nipote Francesca Nonino, responsabile web e mercati esteri. Una tradizione di famiglia: la prima distilleria Nonino fu fondata da Orazio Nonino a Ronchi di Percoto, in Friuli Venezia Giulia, nel 1897, che passa da un alambicco ambulante a un laboratorio vero e proprio. Con Francesca, sono sei le generazioni di Nonino che si susseguono agli alambicchi.

Nel 1973 Benito e Giannola realizzarono una grappa “monovitigno” (termine registrato dalla distilleria friulana), la “Picolit”, a partire da una cultivar a bacca bianca, autoctona del Friuli e rinomata soprattutto per il passito che si realizza con le sue uve. Da 50 anni questo termine diventa sinonimo di distillato di qualità. Vi erano stati casi storici in precedenza, in particolare la Bocchino di Canelli, che distillava le vinacce di moscato dalla fine del XIX secolo, ma senza l’intenzione precisa di realizzare un prodotto di alto livello. Nonino invece punta a questo risultato, e lo ottiene. L’anno successivo al picolit affiancano il ribolla.

Benito e Giannola hanno allargato la panoplia di prodotti della distilleria familiare: oltre alla tradizionale grappa, che si ottiene distillando la vinaccia, fin dal 1984 i Nonino producono anche acquavite d’uva, distillando in un’unica volta l’intero chicco dell’uva. Ci sono poi i distillati di miele e di frutta e i liquori, ottenuti con miscele d’erbe.

Benito e Giannola inoltre fin dal 1975 hanno istituito il Premio Nonino Risit d’Aur (“barbatella d’oro”), destinato a sostenere la riscoperta della civiltà contadina e della viticoltura tradizionale: l’idea nacque quando scoprirono che i regolamenti del tempo proibivano la coltivazione di alcune cultivar locali di vite, Ribolla, Schioppettino, Pignolo e Tazzelenghe, rischiando così l’estinzione di queste varietà. Una perdita per la ricchezza identitaria locale che doveva essere scongiurata.

Dal 1977 al Risit d’Aur i Nonino affiancano il premio letterario, la cui prima giuria è affidata a un intellettuale del calibro di Mario Soldati. Nel 1984 il premio si allarga anche agli scrittori stranieri tradotti in italiano e nel corso degli anni assume una dimensione internazionale. Prestigiosi intellettuali, come Claudio Abbado, diventano protagonisti di questa iniziativa, che si allarga alla grande musica.

Intanto però nel 1976 il premio Risit d’Aur ottiene il suo successo identitario: Giannola riesce a far avviare l’iter per il riconoscimento dei quattro vitigni friulani minacciati, anche grazie alla rete di relazioni creata dal premio. Due anni dopo, un regolamento CEE autorizza la coltivazione di queste quattro cultivar.

Da alcuni anni Benito Nonino era costretto in sedia a rotelle. Le agenzie informano che l’imprenditore, prima di spirare, volle essere portato in distilleria un’ultima volta. Un gesto commovente di un uomo che ha rappresentato il meglio dell’imprenditoria del nostro paese: lavoro, famiglia, tradizione, identità.

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