Ambiente: cultura e tradizione ci salveranno dal caos

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Oggi è la Giornata Mondiale dell’Ambiente, istituita dalle Nazioni Unite 50 anni fa, il 5 giugno 1973. Il nostro Mediterraneo ospita l’1% dell’acqua del pianeta ma concentra il 7% delle microplastiche al mondo, una quantità che equivale al peso di 50 torri Eiffel. Come noi di CulturaIdentità diciamo da anni, dobbiamo trovare il modo di vivere in modo sostenibile e in armonia con la natura senza con ciò stesso sacrificare l’economia e la produttività. Dobbiamo quindi far fronte a un problema che, prima che sociale ed economico, è culturale. Nel numero di novembre 2019 sulle pagine del nostro mensile dedicato all’ambiente abbiamo pubblicato una riflessione filosofica densa e attualissima di Luisa Bonesio, professore associato di Estetica all’Università di Pavia e studiosa di geofilosofia, incentrata sul pericoloso connubio tecnica / economia: per salvare ambiente e uomo occorre tornare al pensiero di Heidegger (Redazione)

L’ecologia, in quanto sapere dell’oikos, intesa come biosfera, non può, con i suoi soli strumenti, essere in grado di affrontare la complessità dei problemi che si prospettano, i cui presupposti derivano da una determinata antropologia e investono le forme culturali, ossia il pensiero, attraverso cui, volta per volta, l’uomo ha dato forma alla Terra, trasformandola in Mondo, luogo in cui poter abitare.

Oggi più che mai, un approccio puramente ambientalista è insufficiente a comprendere le ragioni profonde che, a un certo momento della storia, hanno condotto l’uomo occidentale a intraprendere un cammino di progressiva e sempre più distruttiva manomissione della natura, fino a realizzare una vera e propria opera di liquidazione della Terra. Dopo molti decenni di studi, analisi e interpretazioni rimasti inascoltati, occorre ancora una volta comprendere la crisi ecologica all’interno di una messa in questione generale del pensiero occidentale, affermatosi ormai su scala planetaria, della sua ratio, dei suoi valori e del complessivo modello di sviluppo tecnico-scientifico-economico imposto ovunque, e contemporaneamente attuare forme di pensiero differenti, in grado di imprimere una decisa a livello economico, etico e politico, capaci di tradursi in una radicale e duratura trasformazione del modo di pensare e dello stile di vita che ha “occidentalizzato” il pianeta: la pervicace fede nell’economicismo imperante, in cui la natura viene suicidariamente ridotta a mero serbatoio di risorse, saccheggiata in nome del profitto economico come valore supremo, l’irrisione delle forme di bellezza, l’omologazione e la volgarizzazione dei paesaggi e del vivere.

Non si comprenderebbe a sufficienza il processo di distruzione e rapina della Terra, se non si cogliesse l’indissolubile alleanza tra tecnica ed economia, le quali rispondono ad una stessa volontà di dominio economico del reale che prescinde dalle ideologie. Suicidariamente caparbia è la concezione della natura come spazio di prelievo e di trasformazione industriale incessante, bacino di risorse e di energie da impiegare e rendere del tutto disponibili al consumo indiscriminato e all’usura da parte dell’uomo in vista dei propri fini. Tecnica ed economia sono l’espressione di un medesimo pensiero quantitativo e performante della modernità e la reiterazione suicidaria di un modello globalizzato la cui fallacia e insostenibilità è nota da molti decenni, basato sulla fede nel carattere infinito e illimitato della crescita economica, in cui la Terra intera – ivi compresi tutti gli esseri viventi, anche l’umanità – viene ridotta a deposito di risorse da saccheggiare, sfruttare, manipolare, consumare, distruggere, in un incessante e sempre più esplicito processo di annientamento.

A differenza di tutti gli altri viventi, che esprimono la differenziazione delle loro forme nell’armonia con il tutto, gli umani non vivono semplicemente sulla Terra, ma abitano un mondo che, di volta in volta, sono chiamati a riconoscere e condividere, un’ecumene, come l’ha chiamata il filosofo e geografo Augustin Berque: dimora in cui l’uomo deve soggiornare nella consapevolezza della responsabilità in ogni suo minimo gesto. L’uomo non vive, al pari degli altri animali, in un “ambiente”, ma abita, ossia crea ed è responsabile di un mondo in quanto luogo del proprio poter essere, differenziato nelle forme di ciascuna cultura, in cui modi, attività e simbolicità danno luogo a paesaggi singolari e unici, espressione dei volti della Terra. Ecumene non è altro che il nome di questa possibile alleanza, l’invenzione di un mondo possibile, nella molteplicità di modi, forme, linguaggi che ne compongono la necessaria e variegata armonia. È la relazione tra l’uomo e la Terra, in quanto sua dimora, a rivestire un carattere etico, che impone non solo di salvaguardare, per quanto è possibile, tutte le differenti forme di vita, ma anche gli aspetti geosimbolici e storici che caratterizzano le differenti culture e rendono ogni luogo singolare e unico.

Non è dalla tecnica e dal suo immaginario distruttivo (si pensi all’idea di terraformazione su Marte di Elon Musk con un bombardamento atomico) che verrà la soluzione.

È tornando a interrogare geofilosoficamente il senso dell’abitare dell’uomo sulla Terra che un’etica dell’ecumene può dettarci le regole per costruire un armonico e duraturo kosmos, sperimentando nuove forme di vita riscoprendo sapienze antiche, reintegrando l’armonia e la pluriformità dei paesaggi, la saggezza delle culture e delle forme del ben vivere.

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