Andare oltre la faziosità dell’ANPI

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L’ANPI ha un problema con la memoria: ogni anno a inizio febbraio il problema si acutizza. Il Giorno della Memoria del 10 febbraio dovrebbe rappresentare un momento condiviso in cui si prende coscienza della ferocia delle ideologie totalitarie, nella fattispecie di quella comunista, ricordando – senza alcuno spirito revanscista – ciò che accadde nelle terre orientali italiane tra il 1943 e il 1945, vale a dire la pulizia etnica contro gli Italiani come premessa per l’annessione di quelle terre alla Jugoslavia comunista.

Ogni persona di buon senso ormai comprende che in quel ricordo non vi è nulla che possa identificarsi con il “neofascismo”: a cadere nelle foibe non furono solo fascisti, ma in linea generale persone colpevoli di essere di nazionalità italiana, anzi addirittura membri del CLN. Per questo suscita perplessità l’insistenza con cui esponenti dell’ANPI anche quest’anno hanno sottolineato le “strumentalizzazioni politiche”. Certo, le strumentalizzazioni di un fatto storico ci sono sempre state; riguardo al cattivo utilizzo della memoria l’ANPI può dare lezioni: ricordiamo quante volte di fronte a provvedimenti per arginare i flussi clandestini questa organizzazione di estrema sinistra ha evocato – decisamente a sproposito – il paragone con le orribili persecuzioni contro gli ebrei prima e durante la seconda guerra mondiale. Sono strumentalizzazioni orribili che offendono la memoria delle vittime della Shoah e dei sopravvissuti che sono ancora in vita. Peraltro in base a quel discutibile paragone vengono accusati di neo-nazismo Stati che come è noto seguono una politica poco elastica in tema di immigrazione: ad esempio il Giappone o l’Australia o lo Stato di Israele… Ma si sa l’ANPI nei cortei del 25 aprile non ha mai risparmiato insulti ai rappresentanti delle comunità ebraiche in nome della solidarietà con la causa palestinese.

Il giorno del 10 febbraio occorrerebbe ricordare che la tragedia delle foibe è un capitolo del “libro nero” del comunismo, con le sue decine di milioni di vittime. Ora questa consapevolezza non deve scadere in una competizione macabra riguardo a quale sistema totalitario abbia fatto più vittime, ma semmai deve aiutare a comprendere che le ideologie totalitarie vanno condannate in blocco, senza pensare di giustificarne una appellandosi alla ferocia dell’altra. Lo stesso Parlamento europeo in un suo importante pronunciamento è giunto ad equiparare i due sistemi totalitari che hanno insanguinato il continente: quello comunista e quello nazional-socialista. L’ANPI non sembra aver recepito questa indicazione, da un lato essa minimizza la gravità delle foibe, dall’altro continua a prospettare una immagine edulcorata dell’azione del comunismo in Italia soprattutto negli anni della guerra civile e dell’immediato dopoguerra.

Ciò accade perché l’ANPI non rappresenta la totalità dei combattenti partigiani, ma soltanto quella fazione specifica della Resistenza di provenienza comunista-sovietica. Tale parzialità crea oggi una evidente distorsione della memoria: da un lato ci si dimentica che i combattenti comunisti combattevano il nazifascismo in nome di una ideologia totalitaria come il comunismo, dall’altro si oscura quello che fu l’importante contributo di partigiani di ispirazione nazional-monarchica (principalmente militari), cattolica, liberale, repubblicana.

L’ANPI riceve abbondanti finanziamenti dal contribuente italiano in nome degli ideali della Resistenza democratica, ma finisce col fare propaganda di parte e apologia di quei combattenti che erano allineati con Stalin e con Tito. Ricordiamo che nell’immediato dopoguerra il Partito Comunista Italiano addirittura si prodigò per la creazione di una “settima repubblica” di nazionalità italiana all’interno della Jugoslavia estesa fino al fiume Tagliamento, con una possibile espropriazione di terre di gran lunga superiore a quella verificatasi con l’amputazione di Zara, Fiume, Istria. Più in generale difese l’operato di Tito fino a quando non avvenne la frattura tra Unione Sovietica e Jugoslavia.

Quanti sono i partigiani ancora in vita nell’ANPI? Molto pochi per comprensibili ragioni anagrafiche. Il flusso di finanziamenti all’ANPI viene oggi giustificato con un sistema di iscrizioni aperto anche a coloro che sono nati nel dopoguerra, per cui le file dell’ANPI continuamente si rinnovano con persone che sostanzialmente fanno politica di estrema sinistra nel nome della memoria della Resistenza.

In verità ci sarebbe da imparare da questo metodo: anche le organizzazioni di partigiani di ispirazione liberale e cattolica avrebbero dovuto imitare l’ANPI con iscrizioni aperte ai giovani. In tal modo si sarebbe potuto ricordare chi davvero si batté per ideali di libertà (e anche che a Porzus i partigiani comunisti massacrarono i partigiani “bianchi”: tra di loro il fratello di Pier Paolo Pasolini, lo zio di Francesco de Gregori).

La battaglia per una memoria storica pacificata perché libera da tutte le strumentalizzazioni è ancora lunga.

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