Attentato a Wojtyla: chi erano i mandanti?

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41 anni fa l’attentato al Papa: il 13 maggio 1981 Ali Ağca, militante dell’organizzazione terroristica turca dei Lupi Grigi, sparò a Karol Józef Wojtyła, il Papa asceso al soglio pontificio il 16 ottobre 1978 col nome di Giovanni Paolo II, tre colpi di pistola in piazza San Pietro, pochi minuti il suo ingresso nella piazza per un’udienza generale, colpendolo all’addome. Cinque ore e mezza di intervento chirurgico, il mondo intero (politico, religioso) in ansia, ma il Papa sopravvisse. Molto si è scritto e detto sull’attentato subito da quel Papa che, letteralmente e non solo per suggestione popolare, sconfisse il comunismo: chi furono i mandanti? Al di là della Cortina di Ferro i nemici non mancavano: furono i servizi segreti bulgari? Il KGB? E il sequestro di Emanuela Orlandi, cittadina vaticana figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, scomparsa nel nulla il 22 giugno 1983 quasi in contemporanea con Mirella Gregori, era collegato all’attentato? Giovanni Paolo II, detto anche “l’atleta di Dio” per la sua passione per lo sport (famosissima la foto che lo ritraeva sugli sci), era un avversario del socialismo reale e della teologia della liberazione, era anti marxista e aveva svolto alla luce del sole un’indefessa attività diplomatica e culturale di critica e condanna del comunismo realizzato: quel “Papa polacco” aveva tanti nemici a casa sua. Ma forse questi nemici non erano geograficamente così lontani: potevano essere letteralmente a casa sua, cioè in Vaticano? Francesco Pazienza, noto alle cronache politico/giudiziarie come “faccendiere” (ma lui preferirebbe una definizione come “brasseur d’affairs”) con entrature nei Servizi e incarcerato dal 25 novembre 1995 al 17 giugno 2007 perché accusato di calunnia nelle inchieste sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 e sul crac del Banco Ambrosiano, nel suo libro appena uscito (La versione di Pazienza) sembra ipotizzare questa direzione. Questa di Pazienza non è la sua prima pubblicazione: nel 1996 un importante editore italiano pubblicò la sua autobiografia, oggi praticamente introvabile e chi l’ha letta troverà in questa sua nuova pubblicazione un allacciamento al punto “in cui eravamo rimasti” (ci vien da pensare alla frase con cui esordì Enzo Tortora riprese la sua fortunatissima trasmissione tv Portobello dopo il suo dramma giudiziario) con nuovi interessanti aneddoti relativi ai suoi rapporti con Roberto Calvi, la P2, il Vaticano e quant’altro. Nel capitolo intitolato La congiura contro il Papa il “brasseur d’affairs” sembra ipotizzare che le menti dell’attentato al Papa forse potessero non essere il KGB: forse potevano essere dentro le mura vaticane? Scrive Pazienza: “[…] Di quel papa (così nel testo, n.d.r.) non ci si poteva fidare, c’era il rischio che mettesse a repentaglio il potere consolidato costruito in tanti anni di lavoro, dentro e fuori le mura della Santa Sede. C’era il pericolo che rompesse le incrostazioni che, da «estraneo», avrebbe finito certo per scoprire, e che avrebbe fatto in modo d’intaccare e distruggere, poiché poco o punto si conciliavano con i principi di Santa Madre Chiesa. Occorreva dunque «neutralizzare» il nuovo papa”. In effetti, Come papa Giovanni Paolo II ha sconfitto il comunismo era anche il titolo di un altro libro introvabile (anche questo pubblicato da un grosso editore) che spiegava come l’Est Europa avesse riacquistato la libertà attraverso la rivoluzione silenziosa del “Papa polacco”: “Non temete! La Verità vincerà!”, disse loro. E, di verità in verità, qual è la verità sul suo attentato? La versione di Pazienza?

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