Blasetti, il “cowboy del Quadraro”

0

La più completa biografia dell’uomo che salvò il cinema italiano. Anche dal neorealismo…

Alessandro Blasetti (1900-1987), il regista “con gli stivali”, pugnace a tal punto da essere definito “dittatore”, sul foglio di congedo dall’esercito del 3 gennaio 1923 risultava “inadatto al comando”. Per l’autore di La corona di ferro e Quattro passi tra le nuvole, l’esperienza appena diciottenne da ufficiale, a Prima guerra mondiale quasi conclusa, fu uno spartiacque. Di qua la gioventù, di là l’età adulta. Sebbene in pubblico non raccontò nulla di quegli anni, è difficile immaginare un’esperienza più formativa della leva militare, specie per un uomo che consacrerà la propria vita alla potenza delle immagini. Ebbene, proprio lo scandaglio umano e artistico di Blasetti è al centro del saggio di Enrico Petrucci, Alessandro Blasetti. Il padre dimenticato del cinema italiano (Idrovolante, 2023).

Una biografia densa di nomi e destini, che alle vicende del “cowboy del Quadraro” (così lo apostrofava Steno) alterna storia del cinema e storia tout court, dentro un’Italia dapprima fascistissima e poi democratica, fatta di fallimenti atroci e slanci inauditi. Il “gran secolo”, dunque. Con tutte le sue contraddizioni, e la sua orrenda abitudine a mandare in soffitta i maestri, quelli veri. In questo senso, il racconto di Petrucci è l’omaggio a un “padre dimenticato” (per il sostegno al Fascismo, innanzitutto) cui si devono l’onore delle armi e il merito di avere indicato la via a gran parte del cinema successivo: dal neorealismo (di cui fu precursore) al low fantasy, dalla fantascienza distopica televisiva al documentarismo. Iniziato alla settima arte dai “due kolossal che fecero grande a livello internazionale il cinema italiano prima della guerra”, Quo Vadis? di Enrico Guazzoni e Cabiria di Giovanni Pastrone, il giovanissimo Blasetti, nato a Roma da padre musicista e madre “della borghesia nera romana”, viene folgorato nel ’16 dalla visione di Intolerance del cineasta americano David W. Griffith, “il primo film dove si riusciva a coniugare ai massimi livelli sia la spettacolarità cinematografica, tra fasti scenografici e movimenti di macchina, che il messaggio per il pubblico”.

Sarà l’adozione di questa ricetta, insieme alla professionalità richiesta sul set da attori, tecnici e maestranze, a fare di Blasetti il salvatore del cinema italiano. La prima volta alla fine degli anni Venti, dopo una crisi del settore durata tutta il decennio, accettando la chiamata di Stefano Pittaluga presso la rifondata casa di produzione Cines. La seconda nel dopoguerra con Fabiola, il peplum ambientato nell’antica Roma, campione d’incassi nel ’49, di fatto un ritorno all’ordine dopo i dogmi del neorealismo (uno su tutti la “non recitazione” di attori presi per strada) e l’avvio della cosiddetta Hollywood sul Tevere. Senza dimenticare, a corollario, l’ideazione della Scuola Nazionale di Cinematografia, l’ultimo tassello della sua missione: lavorare per il futuro dell’industria filmica italiana e farla grande. Ora, lo sforzo di pensare a cosa direbbe oggi Alessandro Blasetti è forse ozioso. Ma che la missione non sia stata completata è fuor di dubbio.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui