Ideologia politica tra le più tenaci, la woke culture è sopravvissuta proprio a tutto: dal ciclone trumpiano fino alla strenua opposizione degli ambienti conservatori e tradizionalisti. Lungi dall’essere stata sconfitta, vive e lotta insieme a noi. Malgrado noi. Contro di noi. Del resto, parafrasando il poeta, gli uomini hanno bisogno di “un falso che pur possa persuadere”.
E il wokeismo, questa specie di pensiero magico fattosi col tempo senso comune, corrisponde in pieno all’identikit. Per quanto non siano molte le resistenze al suo dilagare, c’è chi battendo i pugni sul tavolo ne ha compreso anzitempo la natura liberticida. È il caso, ad esempio, di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci, i quali dopo un po’ di anni dal precedente Iconoclastia (Eclettica) sono tornati sul tema e hanno da poco dato alle stampe Cancel culture. L’arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale (Signs Publishing Srl, 2025).
Un saggio ricco di dati e informazioni utili non solo a dotare di una minima cassetta degli attrezzi il lettore più sprovveduto, ma anche a inquadrare quella che Boni Castellane, nell’ottima prefazione, chiama “conflitto ad alta intensità”. Cioè la guerra culturale iniziata da una decina d’anni (all’incirca nel ’17, l’anno del caso Weinstein) dal progressismo radicale made in USA, che nel frattempo ha generato “due mondi polarizzati”, dove “in uno di questi i valori sono definiti come rischi e non esistono i “buoni” ma soltanto i “cattivi” (noi) e le “vittime” (loro)”.
Tra monumenti abbattuti, libri e film censurati, diritto e lingua manomessi, tale scenario ai limiti della distopia prevede che i sentimenti soggettivi schiaccino i fatti oggettivi, la morale del singolo faccia premio sulla collettività (l’era della suscettibilità, come dice Guia Soncini) e la memoria venga cancellata per ridefinire il presente. Tutto questo è il woke imperium. Il nuovo sol dell’avvenire. L’orizzonte illogico verso cui tendere, pena l’esclusione dal consesso civile. Pensando a casa nostra, non tanto all’Europa, sempre più asservita ai dogmi del pensiero dominante (su tutti, agenda 2030 e disprezzo per le identità particolari), ma all’Italia, ancora “arretrata” sul fronte woke ma ugualmente timida, il panorama non è meno desolante. Se fino a ieri si pensava che il nostro paese, naturalmente incline alla difesa del proprio passato, fosse immune da questo virus oggi non è più così.
Si prendano dal mazzo gli esempi di due città simbolo. Da una parte Firenze, con la “statua di un’africana con uno smartphone in mano”, installata per “contrastare lo “spazio rinascimentale votato al potere maschile” del David di Donatello”, e “riflettere sull’inclusività”, poiché “l’ideale bellezza classica è una gabbia”. Dall’altra Genova, con la ex giunta comunale “che dice no a una mostra celebrativa di Cristoforo Colombo, perché “divisivo”. Due casi studio che da soli, oltre a fotografare il nostro stato di salute politico e culturale, rivelano le molte teste di quest’idra: femminismo, colpevolizzazione del “maschio bianco eterosessuale”, oicofobia, antioccidentalismo, immigrazionismo e chissà cos’altro. Tasselli solo apparentemente slegati, invece funzionali l’uno all’altro per ridisegnare il Nuovo Mondo. O per modificare marxisticamente quello precedente, che è la stessa cosa.
In attesa che passi la buriana, cosa tutt’altro che scontata, che fare (per dirla con un altro monumento abbattuto)? Afferrare la posta in gioco di questa guerra, innanzitutto. Poi convincersi, aprendo occhi e orecchie, di essere sotto attacco. E capire, infine, come insegna il Don Juan di Carlos Castenada citato dagli autori nell’ultimo capitolo, che “quando il nemico ti ha portato a combatterlo con le armi da lui scelte, ad usare il linguaggio che lui ha inventato, a farti cercare soluzioni tra le regole che lui ha imposto, hai già perso tutte le battaglie”. Ecco, sembrano dire all’unisono Mastrangelo e Petrucci: dopo tanto difendersi, sarebbe ora di passare al contrattacco. Affinché le campane a morto della nostra civiltà cessino una buona volta.



















Cancellare non è comprendere e giudicare non è costruire. Come è possibile che siamo arrivati a tutto questo? Io credo che una società matura non debba cancellare la propria storia: la deve affrontare, comprendere e da lì deve ripartire.