Cervinia non cambia nome. Vince la storia e il buon senso contro la cancel culture

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Nessun cambio di nome, Cervinia non verrà ri-battezzata Le Breuil. La località della Val D’Aosta manterrà dunque il suo iconico nome, con cui era stata ribattezzata nel 1936. La marcia indietro dei proponenti dopo 24 ore di furiose polemiche: l’amministrazione comunale di Valtournenche e la Regione Valle d’Aosta che avevano avviato l’iter per modificare nuovamente la denominazione della celebre località turistica. Viene così accantonato il nome “Le Breuil“, che pure fa parte della denominazione ufficiale della località (Breuil-Cervinia): tuttavia la denominazione del XX secolo è oramai divenuta talmente iconica da mettere totalmente in ombra il nome in francese del borgo.

L’ondata di cancel culture contro il nome era partita nel 2011, su richiesta dell’Agenzia delle Entrate, per fare chiarezza sull’anagrafe fiscale dei contribuenti. Nello scorso aprile, l’allora giunta comunale guidata da Jean-Antoine Maquignaz (di cui faceva parte anche l’attuale primo cittadino Elisa Cicco) decise di dare il via libera alla modifica del nome con una delibera: da Cervinia a Le Breuil.

La querelle dunque rientra, con grande soddisfazione degli abitanti e soprattutto degli operatori turistici di Cervinia, che non rischiano così di vedere il loro nome – un vero e proprio marchio di qualità – scomparire nel nome di una caccia alle streghe in assenza di streghe. Durissima l’opposizione dei rappresentanti di Fratelli d’Italia. Alessandro Urzì, capogruppo FdI in commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati, che ha parlato di “una furia ideologica che trova eguali solo nell’opera di rimozione dell’identità storica concepita dai talebani” e Alessandro Amorese che ha dichiarato: “Una sciagurata decisione. Tutto ciò nella rima di una cancel culture che ci opprime, che ci vuole sottomettere culturalmente”, ha detto alla Camera dei deputati. “Dopo quasi 90 anni, Cervinia si dovrebbe ridenominare solamente con il nome di Le Breuil, il che in francese, tra l’altro, significa “la palude”. Non sono contenti i cittadini, non sono contenti i turisti, sarebbe un danno incalcolabile in termini economici, appunto, turistici, d’immagine di un’eccellenza e di un patrimonio immateriale di tutta la Val d’Aosta, ma, in realtà, di tutto il nostro sistema turistico e montano nazionale”. Nel dibattito s’era infatti inserita anche il ministro del Turismo, Daniela Santanché, che dopo aver biasimato la decisione, ha poi lanciato un tweet trionfale: “Felice che Comune e Regione siano tornati sui loro passi anche grazie al nostro intervento. Cervinia è il nome che rappresenta l’Italia nel mondo e di cui andiamo fieri!”.

La cancel culture dunque per una volta fa un passo indietro. Ma in questa battaglia non si deve dar quartiere all’avversario. Non c’è cavalleria. Ora è il momento di premere sull’acceleratore, perché l’orda wokeista ha subito una battuta d’arresto, non una sconfitta. Vanno considerate le mosse che vengono da Bruxelles, con la minaccia al patrimonio architettonico del Novecento, definito “dissonante“. Ora è il momento di proteggere il retaggio del passato, per esempio con una legge che tolga dalla disponibilità degli enti locali le denominazioni storicamente consolidate. Una mossa che non solo impedirebbe scempi come quello proposto per Cervinia, ma toglierebbe alle amministrazioni wokeiste una delle principali armi di propaganda e distrazioni di massa, come si sta verificando a Torino e Roma, dove in assenza di un governo cittadino soddisfacente si apparecchia per la cittadinanza il cambio di nome a strade, stazioni di metropolitana e piazze. Questo è il momento giusto di agire, contando sul consenso della stragrande maggioranza dei cittadini, ancora non infettati dal virus mentale del wokeismo.

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