Né angeli né eroi, semplicemente: infermieri

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“Non chiamateli eroi, ma semplicemente infermieri”. La professoressa Rosaria Alvaro, Presidente del Corso di Laurea in Infermieristica e del corso di Laurea magistrale in Scienze infermieristiche e Ostetriche dell’Università di Roma Tor Vergata, è molto chiara. Negli anni si è creata una immagine attorno alla figura dell’infermiere che spesso ha posto in secondo piano il grande ruolo sociale svolto. Con la pandemia, però, le cose sono cambiate. L’infermiere è un pilastro della professione sanitaria, come dimostrano i grandi sacrifici in corsia al fianco dei medici. Con obiettivi chiari: curare al meglio i malati e salvare le loro vite.

Professoressa Alvaro, la pandemia sta ridisegnando la figura dell’infermiere. È sempre più importante per il sistema sanitario?

«La pandemia ha reso visibile il lavoro degli infermieri. Improvvisamente tutti i mass media hanno iniziato a parlare di medici e infermieri. Sono stati quotidianamente intervistati infermieri nelle terapie intensive, infermieri che rispondevano alle chiamate dei cittadini dal 118, infermieri degli ambulatori che facevano i tamponi, coordinatori infermieristici che stavano organizzando le strutture dell’emergenza, dirigenti infermieri che come responsabili del personale dell’intera struttura sanitaria parlavano dell’emergenza clinica e organizzativa. Finalmente i cittadini si sono resi conto che per una risposta all’emergenza sanitaria il sistema si basa su due professioni complementari e ambedue necessarie: i medici e gli infermieri. Sono quindi stati invitati a tanti programmi televisivi sia medici che infermieri e si sono sostenuti ed integrati dimostrando che l’obiettivo comune era la tutela della salute del cittadino. La pandemia ha fatto vedere una figura infermieristica nuova diversa e sconosciuta. Non quella che ancora oggi abbiamo nel nostro immaginario collettivo e che ha reso negli anni la professione infermieristica una scelta secondaria e finalizzata a trovare presto un lavoro, ma una professione autonoma competente e necessaria».

Molti hanno definito “angeli” ed “eroi” gli infermieri perché in prima linea a combattere la guerra contro il Coronavirus e a difendere il proprio Paese. Si esagera?

«Angeli, eroi. No, semplicemente infermieri. Infermieri guidati dalla consapevolezza di essere in grado di agire in modo autonomo e responsabile, consapevoli di avere le conoscenze teorico pratiche e quindi la formazione necessaria da mettere al servizio dei cittadini e delle comunità perché il bene del Paese Italia passa anche attraverso coloro che sono chiamati a curare e a prendersi cura. I ruoli in cui si esplicano le funzioni infermieristiche, dall’infermiere, al coordinatore, al dirigente vengono agite competenze professionali specifiche che richiedono una formazione post base dai Master di primo livello in area clinica o gestionale, alla laurea magistrale, al dottorato di ricerca. Tutte le competenze agite richiedono una presa di responsabilità richiesta non solo dalle normative vigenti ma soprattutto dal senso di responsabilità legato al ruolo sociale che rivestono gli infermieri che oggi più che mai si pongono come agenti attivi nel contesto sociale a cui appartengono e in cui esercitano, promuovendo la cultura del prendersi cura e della sicurezza quale garante delle persone che assiste. Concludo con un aforisma di uno studente di infermieristica dell’ultimo anno di corso rimasto anonimo che ha pubblicato questa frase per definire il senso della professione che stava per intraprendere e che riassume il senso della professione “Salva una vita e sei un eroe, salva cento vite e sei un infermiere”».

Ci è voluta una pandemia per rendersi conto del ruolo degli infermieri?

«Fortunatamente la considerazione pubblica della figura infermieristica sta cambiando perché finalmente ci si rende conto quanto sia importante la medicina del territorio e l’assistenza sul territorio. Una battaglia che gli infermieri conducono da sempre, ad esempio attraverso l’infermiere di famiglia o di comunità. Una figura, questa, in grado di incidere positivamente anche sugli attuali scenari epidemiologici. Si tratta di evoluzioni importanti. Potrei dire: meglio tardi che mai».

Ci sono sempre più giovani, nonostante il momento delicato, che frequentano i vostri corsi? 

«Il numero di giovani che studiano infermieristica è elevato, ma il fabbisogno di infermieri nel nostro Sistema Sanitario Nazionale è talmente elevato che le iscrizioni e quindi il numero dei laureati purtroppo non sono sufficienti a coprirlo. Una situazione figlia di una politica poco lungimirante del passato, di una errata programmazione. Le Università si stano impegnando fortemente per colmare questo gap, mettendo a disposizione il maggior numero possibile di posti per i corsi di Scienze Infermieristiche».

Si legge sempre più spesso che c’è una carenza di personale infermieristico. Ma cosa vuol dire che “mancano gli infermieri”?

«Le stime sugli infermieri che mancano al Sistema Sanitario Nazionale variano a seconda delle federazioni o dei sindacati che le calcolano, ma in linea di massima prima dell’epidemia si stimava una carenza di 50mila unità rispetto al reale fabbisogno. La pandemia ha radicalmente cambiato le necessità degli ospedali e delle altre strutture sanitarie pertanto nonostante le assunzioni di infermieri degli ultimi mesi questa carenza ancora sussiste in modo importante. Secondo il rapporto OMS tra il 2013 e il 2018 il numero di infermieri nel mondo è aumentato di 4,7 milioni. Ma questo lascia ancora una carenza globale di 5,9 milioni».

Cosa si sta facendo per aumentare il livello di preparazione di chi studia Scienze Infermieristiche e si appresta ad andare a lavorare nelle strutture sanitarie? 

«Da parecchi anni ormai la formazione infermieristica vive e si evolve nelle Università. I percorsi di studio sono molto impegnativi. L’articolazione in ambito universitario prevede l’accesso al Corso di Laurea Triennale in Infermieristica. La frequenza al corso è obbligatoria e sin dal primo anno lo studente è impegnato in attività teoriche e in attività pratiche. L’impegno dello studente è a tempo pieno e in questo corso di studi a differenza di tutti gli altri percorsi universitari un credito formativo equivale a 30 ore e non a 25. Quindi uno studente deve frequentare 5600 ore nei tre anni per poter accedere all’esame finale e abilitarsi alla professione di infermiere. Dopo l’abilitazione può accedere ai Master di primo livello in ambito organizzativo o clinico oppure accedere sempre tramite concorso al Corso di laurea Magistrale in scienze infermieristiche ed ostetriche e quindi al Dottorato di Ricerca o ad un Master di Secondo livello».

È importante formarsi con dei Master?

«Certo. L’impegno delle Università è quello di sviluppare dei modelli educativi sempre più innovativi in tutti i livelli formativi per mettere in condizione gli infermieri di esercitare subito la professione nei diversi setting assistenziali e con responsabilità ed autonomia commisurate al livello formativo. Tuttavia, purtroppo ancora i Master conseguiti dagli infermieri soprattutto in ambito clinico non hanno il giusto riconoscimento contrattuale e lavorativo per cui molti infermieri che frequentano i master con l’unico obiettivo di diventare sempre più competenti li frequentano a loro spese e dovendo superare molte difficoltà organizzative familiari e lavorative. Il problema è che poi molto spesso non ottengono il giusto riconoscimento economico e qualche volta vengono impiegati in aree differenti dalle competenze acquisite».

La ricerca è fondamentale per aumentare il livello della professionalità. Quali iniziative state portando avanti nella sua università? 

«Le Scienze infermieristiche di “Tor Vergata” sono state classificate dallo Shangai Ranking’s, Global Ranking of Academic Subjects, al trentaseiesimo posto nel mondo ed al primo posto in Italia. Questo non è poco se consideriamo che il numero dei docenti strutturati di scienze infermieristiche a Tor Vergata è di sole due unità. L’università Tor Vergata è leader in Italia nella disciplina Infermieristica, anche perché ha investito tantissimo nella ricerca infermieristica. La Scuola di Dottorato in Scienze Infermieristiche e Sanità Pubblica è molto attiva e oggi sono più di settanta gli studenti iscritti. È proprio il Dottorato che ha rappresentato un vero volano per l’attività scientifica professionale che ha portato gli infermieri italiani ai vertici della ricerca internazionale. Non un impegno meramente teorico, ma la ricerca intesa soprattutto come strumento per migliorare la qualità delle prestazioni rese ai cittadini e la qualità di vita delle persone sane e malate. Inoltre la collaborazione con il Centro di Eccellenza per la Cultura e la ricerca Infermieristica dell’Ordine professionale di Roma, ci ha dato la possibilità di avere molti assegnisti di Ricerca e borsisti che hanno portato avanti le linee di ricerca orientate soprattutto in ambito clinico. Speriamo in futuro di poter aumentare l’organico dei professori sia nell’Ateneo di Tor Vergata ma anche a livello nazionale».

L’American Academy of Nursing l’ha nominata Fellow. Un prestigioso riconoscimento alla sua grande esperienza e alla sua università…

«Questo riconoscimento è la testimonianza di quanto l’infermieristica italiana sia impegnata nello sviluppo di politiche sanitarie orientate agli interessi dei cittadini e di quanto stia facendo anche per migliorare la ricerca. Un riconoscimento prestigioso per i nostri sforzi, a testimonianza che le nostre ricerche vengono osservate con grande interesse da altri Paesi a sanità avanzata. Un orgoglio per tutti gli infermieri italiani un traguardo che è stato possibile raggiungere grazie ad un grande lavoro di squadra fatto negli anni con tutte le istituzioni: università, ordini professionali e centri di ricerca. Oggi siamo solo cinque infermieri italiani, Loredana Sasso, Alessandro Stievano, Gennaro Rocco, la sottoscritta ed Ercole Vellone, ad aver avuto l’onore di ricevere questo riconoscimento ma mi auguro che tantissimi infermieri italiani entrino a far parte dell’America Nursing Association che è una delle più autorevoli e potenti organizzazioni degli Stati Uniti».

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