#dantedì: ricordiamo Dante per quello che era davvero

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Clément Bardot, CC BY-SA 4.0, creativecommons.org, via Wikimedia Commons

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Oggi, 25 marzo, si celebra in tutta Italia il Dantedì, data simbolica in cui, nel lontano anno giubilare del 1300, il Sommo Poeta avrebbe iniziato il suo viaggio nei regni ultraterreni.

Uomo politico in lotta con il suo tempo, linguista, poeta, vero intellettuale, il Fiorentino è senza dubbio una delle figure più importanti di sempre all’interno di tutto il panorama letterario e culturale a livello mondiale.

Eppure, spesso, sono proprio gli sproloqui delle “Giornate mondiali di …” a non rendere mai giustizia al personaggio o all’evento celebrato. Fiumi di inchiostro e cascate di parole vengono spese, farcite di retorica, per cercare di piegare alle proprie necessità politiche queste occasioni celebrative, arrivando a sostenere l’insostenibile.

La figura di Dante, inoltre, non è nuova a questa maldestra manipolazione: non solo il Dantedì, ma l’intero anno passato, il 2021, settecentenario della sua morte, ha fornito una valida occasione per riletture soggettive degli scritti e delle idee del Poeta, a partire dalle quotidiane citazioni di qualche terzina estrapolata dal suo canto o di singoli versi, snaturati dalla perdita del proprio contesto.
“Dante affronta i temi di migrazione, inclusione e povertà”, “Dante esule: il tema delle frontiere da abbattere” e, ciliegina sulla torta, l’onnidiffuso “Dante è moderno, anzi modernissimo”.

Eppure, molto probabilmente, Dante, per la nostra “modernità”, avrebbe provato un grande orrore, e forse un solo regno infernale non sarebbe bastato per contenere i “peccatori” del nostro vivere quotidiano.

Dante moderno non lo è: Dante era un uomo medievale, del suo tempo, abituato a guardare la realtà con gli occhi di chi cercava in ogni cosa il segno di Dio. Dante era un cristiano, e la sua opera è cristiana. La Commedia non è un generico “viaggio” ben tessuto di poesia e riferimenti religiosi, ma un poema pervaso profondamente di un significato cristiano-cattolico, che racconta di un’esperienza individuale che vuole essere resa universale per ottenere la salvazione di tutta l’umanità. Con le sue parole Dante ci chiede di modificare la nostra vita, e lo fa con fare di guerra e lotta, dove la spada è il suo verbo. Come Dio si è fatto uomo per salvare l’umanità, così Dante è l’unico uomo a viaggiare corporalmente nell’aldilà per portare a tutti un monito di redenzione. Dante non è quindi “moderno”, forse possiamo dire che parli un linguaggio “universale”, ma pur sempre inserito in una cornice di valori cristiani di inizio XIV secolo.

Dante colloca gli omosessuali nell’Inferno, fra i sodomiti del XV Canto dell’Inferno puniti in una distesa di sabbia rovente con una pioggia di fuoco continua. E Dante colloca qui Brunetto Latini, suo maestro, per cui prova sì rispetto e ammirazione, ma che rimane comunque peccatore, e non si salva.

Dante non lotta per l’inclusione sociale: al Canto XVI del Paradiso, l’avo Cacciaguida, parlando a Dante ricorda come “sempre la confusion de le persone/ fu principio del mal de la citade” (vv.67-68), deprecando così, nel racconto delle cause della rovina di Firenze, l’usanza del mescolarsi di varie classe sociali, specie se provenienti da fuori città. E in questo Dante riprende un concetto già espresso da S. Tommaso nel ‘De regimine principum’: “il contatto con gli stranieri corrompe i costumi dei cittadini”, a sua volta mutuato da Aristotele.

Ma non per questo Dante (o S. Tommaso, o Aristotele) con la sua Poesia vanno condannati secondo i dettami del politicamente corretto odierno, né censurati perché farebbe più comodo ricordare solo ciò che vogliamo noi di questa personalità straordinaria, o peggio, ricordarla solo come la vogliamo noi.

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L’opera di Dante richiede comprensione piena, vera, non segmentizzata, senza estrapolazioni strumentali. Resta a noi, suo pubblico di oggi, dover storicizzare, comprendere e non scandalizzarci, anche non condividendo il suo messaggio cristiano, ma leggendo la grandezza della sua Poesia per quello che è veramente. Solo così, senza fare violenza alla sua Opera, senza modernizzare ciò che moderno non è, allora potremo celebrare queste ricorrenze in maniera sana e costruttiva.

E forse, in questo modo, dall’aldilà Dante non dovrà tapparsi le orecchie ascoltando gli scontati sermoni di queste giornate, sempre che non sia troppo tardi per rimediare alla rabbia di chi assiste al triste spettacolo della richiesta di schwa (ə) e linguaggio snaturato per criteri di presunta inclusività, dalle stesse aule dove ancora oggi si tengono corsi sul suo De Vulgari Eloquentia, opera dove per primo, Dante, affrontò il problema dell’unità linguistica, prima ancora che politica, del nostro Paese.

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