
Raffaello, a Firenze, durante i primi anni del ‘500 assimilò le novità leonardesche come lo sfumato e la vitalità delle figure, che riversò nelle sue “Madonne con Bambino” dolci, morbide ed idealizzate (esempio Madonna Tempi, Madonna Bridgewater).
C’è qui da fare un paragone tra le “Madonne con Bambino” di Raffaello e quella di un artista contemporaneo, Davide Foschi, del 2004. Le opere dei due artisti sono diverse perché diversi sono gli artisti, le loro menti e soprattutto perché sono figli di culture ed epoche diverse. Raffaello nelle sue “Madonne con Bambino” dà vita a figure idealizzate e perfette che trasmettono un senso di sacralità sicuramente adatto al suo tempo e dalle persone del ‘500 percepito. Questo è così vero che Raffaello pare abbia voluto rinchiudere tali opere in una sfera di perfezione, quindi divina, nella quale gli umani non possono entrare; anche se allo stesso tempo i volti trasmettono, a volte, una dolcezza tutta umana.

Invece Davide Foschi nel pensare il sacro, quindi anche la sua Madonna con Bambino, lo vuole comunicare diversamente, cioè in un modo attuale perché secondo lui di fronte ad icone di un tempo diverso dal nostro, per esempio il ‘500, noi non percepiamo più la sacralità che percepivano gli uomini di allora. Cioè sostanzialmente egli ha cercato di creare un’icona che potesse essere sacralmente attuale ed emozionare: così la rende dinamica perché egli pensa che il movimento possa smuovere l’anima dell’uomo attuale. Ed ecco che la sua opera visionaria non dà importanza a ciò che lo era per il Sanzio, cioè alla perfezione, all’idealizzazione, ma si concentra sul dinamismo delle figure, dipingendole, infatti, come se si stessero scomponendo in senso rotatorio per unirsi all’eternità divina qui suggerita dal color oro dello sfondo, secondo quanto dice Foschi stesso.
Raffaello è stato anche ritrattista di figure importanti sincero e realistico disposto in questo caso ad abbandonare la perfezione e l’idealizzazione delle sue “Madonne“: C’è da paragonare la sincera indagine psicologica riversata sia dal Sanzio nel Ritratto di Giulio II, cosa che lo rende innovatore in quanto fu il primo a farlo nei confronti di una figura importante come un pontefice, sia da Francesco Guadagnuolo nei suoi ritratti di Giovanni Paolo II, che egli ha conosciuto: Raffaello dipinse un volto chiaramente afflitto e pensieroso, cosa evidente guardando gli occhi spenti e persi del papa, dato che in quegli anni egli era afflitto per le sconfitte e le minacce militari; allo stesso modo Guadagnuolo ha ritratto Giovanni Paolo II riversando sul suo volto la sofferenza e la pesantezza della croce che il papa ha dovuto sopportare, cioè quella della malattia e non solo, da lui però sempre sostenute con la forza della fede; cosicché i ritratti dell’artista che presentano i momenti più dolorosi del papa polacco, divengono, per lo spettatore, un mezzo per riflettere sul dolore ma anche sulla fede che può sostenere tutta l’umanità che soffre, quindi sulla Speranza del messaggio cristiano. Infatti, papa Giovanni Paolo II è il simbolo dell’umanità che malata può essere salvata e avere gioia se rimane in Cristo.

Ora voglio vedere come l’Autoritratto del Sanzio sia stato modello per artisti coevi come Francesco Vezzoli che nel 2013 si autoritrae come Raffaello, cioè usando proprio l’Autoritratto dell’artista e sostituendo il volto dello stesso col suo. Attraverso questo espediente Vezzoli rivendica la sua identità italiana, perché Raffaello è italiano, nel tentativo di stimolare l’Italia a trovare il coraggio per ricostruire la propria identità anche in virtù della sua cultura solida e ricca, alla quale, appunto, Raffaello appartiene.
Quindi in questo caso un artista coevo vuole mettere in relazione presente e passato con un atto di sincerità intellettuale che passa attraverso la sua scelta di “autoritrarsi” come Raffaello. Da questa opera del Vezzoli capiamo come Raffaello sia attualmente un astro dell’arte, della cultura e, quindi, dell’identità italiana, ancora dopo 500 anni dalla sua morte.
















