Osvaldo Valenti, il “cattivo”: affascinante, subdolo e carismatico. Una parte che ebbe nei film e che qualcuno pensò dovesse avere anche nella vita reale. E così decise che essendo un “cattivo”, meritava una raffica di mitra, lui, insieme alla sua compagna, la bellissima Luisa Ferida, incinta di quattro mesi. Oggi ricorre il 120° anniversario della sua nascita.
Era nato il 17 febbraio 1906 a Costantinopoli, oggi Istanbul, nell’Impero ottomano. Figlio di un barone siciliano (Michele Valenti, ricco mercante di tappeti e oggetti preziosi orientali) e di una donna greco-cipriota benestante (Idelty Karichlopoulos, nata a Beirut), crebbe in un ambiente cosmopolita e agiato. Allo scoppio della Prima guerra mondiale (1915) la famiglia lasciò la Turchia e si trasferì in Italia (prima Bergamo, poi Milano). Studiò in Svizzera e si iscrisse a Giurisprudenza all’Università Cattolica di Milano, ma abbandonò presto gli studi per inseguire la passione per il teatro e il cinema. Viaggiò molto in Europa: Parigi (dove iniziò a fare teatro) e Berlino, dove debuttò nel cinema muto tedesco grazie al produttore Erich Pommer. Il suo primo film fu Ungarische Rapsodie (Rapsodia ungherese, 1929) di Hanns Schwarz, ma con l’avvento del sonoro il suo accento lo penalizzò in Germania, così tornò in Italia.
Esordì nel cinema italiano nel 1932 con Cinque a zero di Mario Bonnard (un film sul calcio con Angelo Musco). Ma fu Alessandro Blasetti a lanciarlo davvero, facendolo diventare uno dei volti simbolo della Cinecittà del regime. Interpretò quasi sempre personaggi ambigui, aristocratici arroganti, maligni o seducenti “cattivi” ne La Contessa di Parma (1937) e l’anno dopo l’indimenticabile Guy de La Motte, il francese arrogante di Ettore Fieramosca. Nel 1939 sul set di Salvator Rosa (1939) conobbe Luisa Ferida, l’attrice che divenne sua compagna sullo schermo, nella vita e nella tragica morte.
Durante la guerra la coppia recitò in lavori rimasti nella storia come La corona di ferro (1941) e La cena delle beffe (1942), dove Valenti recitò forse il suo ruolo più celebre, quello di Giannetto Malespini.
Valenti non fu mai un fascista militante, anzi negli anni ’30 pare facesse imitazioni irriverenti di Mussolini in privato. Ma dopo l’8 settembre 1943 e la nascita della Repubblica Sociale Italiana (RSI), scelse di seguire il governo repubblicano al nord, trasferendosi nella piccola “cinecittà” allestita a Venezia. Là girò il suo ultimo film: Un fatto di cronaca. Quindi il divo decise di deporre gli abiti di scena per indossare l’uniforme: a provocare nell’uomo che aveva sempre recitato la parte del vilain una crisi di coscienza pare fu l’aborto spontaneo subito da Luisa Ferida durante una visita alla madre, a Bologna. Osvaldo Valenti ne rimase molto scosso e in una lettera a un amico scrisse: «Non voglio più sentir parlare di arte e di cinema, e non mi voglio più recare nella Spagna dove pur ho un contratto vantaggiosissimo. Io sento che il mio dovere sarebbe di fare qualcosa di positivo per questo pezzo di terra che ancora ci rimane».
Si arruolò allora volontario nella Xª Flottiglia MAS di Junio Valerio Borghese, dove ottenne il grado di tenente e il ruolo di ufficiale di collegamento. In quel ruolo ebbe anche contatti con la Banda Koch, cosa che gli fu fatale. Le voci sulla sua presunta partecipazione – insieme alla Ferida, che nel frattempo era di nuovo rimasta incinta – ai brutali interrogatori condotti dalla polizia di Koch nella famigerata “Villa Triste” di Milano, si ingigantirono e furono sufficienti a firmare la sua condanna a morte al momento della feroce resa dei conti finale.
In realtà a partecipare agli interrogatori della Banda Koch pare fosse una soubrette, Daisy Marchi, somigliante alla Ferida e la segretaria di Koch, Alba Giusti Cimini. È probabilmente la somiglianza della prima alla Ferida a far nascere la leggenda che lei e la Valenti fossero nel novero dei sadici torturatori. L’aver poi sempre recitato ruoli mefistofelici non giovò alla nomea di Valenti…

In realtà Valenti faceva più che altro l’agente segreto. Come ufficiale di collegamento con la Kriegsmarine fu molto apprezzato dai tedeschi e lavorò ai contatti con la Svizzera, dove la conoscenza di francese e tedesco gli permise di ottenere buoni affari nel contrabbando, necessario al reparto di Borghese per tirare avanti nel conflitto. In quei mesi Valenti riuscì anche a far fuggire in Svizzera degli ebrei, pagando perfino di tasca propria la corruzione dei doganieri elvetici, come scrisse il suo comandante, Nino Buttazzoni. I contatti con la Banda Koch, in realtà durarono lo spazio di poche settimane, nell’estate 1944, poco prima che per ordine di Mussolini il gruppo fosse sciolto. Fra i motivi che Valenti potrebbe aver avuto per avvicinare la polizia di Koch pare ci fosse la necessità di cocania, droga di cui l’attore era consumatore e che gli uomini di Koch trafficavano, fra le loro altre attività illegali. Come ufficiale, condusse anche trattative con i partigiani, sfruttando la simpatia come attore che riuscì a riscuotere fra i guerriglieri della 52^ Brigata Garibaldi “Luigi Clerici”.
Quando il crollo dell’Asse apparve fatale, il 20 aprile, Valenti decise di consegnarsi ai partigiani della Divisione Pasubio, comandata da Giuseppe “Bolla” Marozin. Fu poco dopo raggiunto anche dalla Ferida, forse convinta anche lei che i partigiani avrebbero avuto con loro un trattamento secondo le convenzioni di guerra. Invece poco dopo la coppia venne spostata da una prigione segreta all’altra, senza nessun riguardo per la Ferida, che era incinta di quattro mesi, e finalmente sottoposti a un grottesco processo sommario. Accusati entrambi di aver “partecipato alle torture” agli antifascisti nella “Villa Triste”, furono condannati a morte. Secondo diversi storici alla sentenza contribuì un sommario “fucilateli, non perdiamo tempo” di Sandro Pertini, interpellato per telefono dallo stesso Marozin.
Derubati di ciò che portavano con loro, a Valenti e alla Ferida vennero anche saccheggiati gli appartamenti. In seguito parte della refurtiva venne restituita. Nel dopoguerra la madre della Ferida intentò causa perché la figlia venisse riconosciuta “morta per cause di guerra”. L’inchiesta diede ragione alla madre e portò a escludere la sua partecipazione alle brutalità commesse dalla Banda Koch, perché nei mesi dell’estate 1944 si trovava convalescente in ospedale. Valenti invece in qualche modo confidava nella sua buona fede. Durante la guerra s’era comportato onorevolmente e aveva cercato per quanto possibile di mitigare i disastri della guerra civile. Purtroppo non aveva tenuto conto che la sua maschera di “cattivo”, insieme alla spietatezza della guerra civile, avrebbero decretato la sua morte. Aveva 39 anni.


















