
Quella che vi stiamo per raccontare è una delle tante storie che ricacciano indietro scemità come “gli italiani sono vigliacchi” o “gli italiani non sanno combattere“, e senza diritto di replica. È la storia della grande guerra di Cipro, della battaglia di Famagosta, conclusasi proprio il 4 agosto, e degli uomini che ne furono protagonisti. Primo fra tutti l’eroico Marcantonio Bragadin.
Oggi molti ricordano la guerra di Cipro solo perché nell’Otello di Shakespeare c’è un’ambientazione nell’isola, allora veneziana e sotto la minaccia dai turchi ottomani. Nel 1570 questa minaccia si concretizzò, quando il sultano di Costantinopoli, Selim II, decise di garantirsi una grande vittoria militare che sviasse l’attenzione dai suoi vizietti di letto e di bicchiere (era omosessuale e alcolizzato). Dopo essersi assicurato la pace sul continente europeo, Selim si rivolse alla ricca isola di Cipro, possedimento veneziano strategico. il 1º luglio i Turchi, al comando di Lala Kara Mustafa Pascià sbarcarono sull’isola. Prima caddero alcune cittadine non difendibili e molti nobili, coi loro castelli, si sottomisero davanti alla gigantesca forza d’invasione turca, pur di avere salva vita e beni.
La città di Nicosia, oggi capitale della parte greca dell’isola, invece resistette fino al 16 agosto, quando venne espugnata e brutalmente saccheggiata. Il 22 agosto iniziò l’assedio di Famagosta, all’interno delle cui mura s’erano rifugiati fra i due e i quattromila soldati mercenari veneziani (in realtà di tutte le regioni d’Italia, Corsica compresa, oltre che schiavoni, cioè croati, e tedeschi), circa altrettanti miliziani locali e seicento stradioti albanesi, fedeli alla Serenissima. La città poteva essere in teoria rifornita dal mare, e ricevette alcune spedizioni da Venezia, che portarono alcune migliaia di nuovi soldati, viveri e rifornimenti fra gennaio e marzo 1571. Una goccia nel mare, considerando che Kara Mustafà stava ammassando truppe per quasi 200 mila unità. Nemmeno 10 mila europei contro un nemico venti volte più numeroso. A comandare le truppe veneziane Marcantonio Bragadin e il capitano di ventura perugino Astorre II Baglioni.
La guerra d’assedio nell’età moderna spesso favoriva chi si trovava dentro. Così l’assedio impegnò duramente i turchi, che cercarono di ottenere la resa della fortezza con la diplomazia, secondo gli usi del tempo: verso metà ottobre, il comandante ottomano Lala Mustafà invitò il governatore della città Bragadin ad arrendersi, inviando anche un carniere di pernici, ma questi rifiutò dono e intimazione. Il generale turco irritato, decise di mettere da parte la cortesia, inviando una richiesta di resa immediata insieme con la testa mozzata e putrefatta di Niccolò Dandolo, sfortunato governatore di Nicosia.
Barbarigo e Baglioni insieme agli altri capitani italiani Luigi (o Alvise) Martinengo e Nestore Martinengo, bresciani, Lorenzo Tiepolo, veneziano e all’albanese Manolio Spilotto organizzarono al meglio le difese, manovrando con abilità l’artiglieria e organizzando audaci sortite, in particolare con i cavalleggeri stradioti, per colpire lo schieramento turco di sorpresa. Riuscirono a lungo tanto a impedire ai turchi di minare i bastioni (ossia di scavarvi gallerie sotto) quanto a scavare i loro cunicoli con cui uscirono in temerarie imprese, fra cui sottrarre all’accampamento turco il gonfalone di Nicosia che faceva parte della preda ottomana. Riuscirono ad avvelenare le fonti d’acqua attorno alla città e con uno stratagemma fecero credere ai turchi d’aver evacuato Famagosta, spingendoli a un attacco allo scoperto che venne respinto con perdite severissime.
Ma la disparità di forze non consentiva ai veneziani grandi speranze. In Europa si trattava troppo e si agiva poco. Il papa, Pio V, futuro santo, auspicava una grande crociata già da prima dell’invasione turca di Cipro, ma Venezia e Spagna si erano fino ad allora ostacolate in ogni maniera mentre la Francia preferiva essere alleata del Turco che appoggiare gli spagnoli. Alla fine la perseveranza del pontefice riuscì a far riunire una colossale flotta, soprattutto ispano-veneziana e con la partecipazione di tutti gli Stati italiani e di Malta. Il 1° luglio 1571 la flotta si riunì a Messina pronta a far vela per il Mediterraneo orientale.
Ma era troppo tardi: oramai Famagosta era condannata. Lala Mustafà, furibondo per aver perduto un figlio sotto le mura della città cipriota e temendo per la propria vita – visto che era già reduce – sei anni prima – dall’infelice tentativo di assedio di Malta, non poteva permettersi una sconfitta: aveva ammassato oltre un centinaio di pezzi d’artiglieria e stava facendo demolire sistematicamente i bastioni. All’interno di Famagosta non era rimasto nemmeno un migliaio di uomini abili. Bragadin e Baglioni, pressati dalla nobiltà cittadina e dal vescovo, decisero allora di trattare la resa.
Inizialmente le cose sembravano andare nel verso giusto: gli ottomani accettarono e venne stilato un dispositivo di resa in cui venivano concesse condizioni tutto sommato onorevoli agli sconfitti, “promettendo e giurando per Dio et sopra la testa del Gran Signore” che l’accordo sarebbe stato mantenuto: gli ottomani avrebbero evacuato gli italiani e i loro soldati a Candia mentre la popolazione greco-cipriota non avrebbe subito saccheggio. Così la resa fu firmata il 1° agosto 1571.
Il 4 agosto, però, quando i capitani di Famagosta si recarono da Lala Mustafà si accesero alterchi. Le cronache differiscono ma pare che due furono i motivi per cui l’accordo saltò: Lala Mustafà chiese che il più giovane dei capitani veneziani fosse lasciato come ostaggio fino al ritorno delle navi turche che avrebbero condotto gli sconfitti a Candia, ma siccome la richiesta – piuttosto comune all’epoca – non era stata scritta nel dispositivo di resa, Bragadin reagì furiosamente inveendo contro il suo omologo turco. Secondo un’altra versione, Lala Mustafà rinfacciò agli italiani di aver fatto uccidere dei prigionieri turchi che si erano arresi – altra cosa piuttosto comune all’epoca. In ogni caso, il 4 agosto 1571, mentre l’esercito ottomano prendeva possesso di ciò che restava della fortezza di Famagosta, Lala Mustafà decise di stralciare l’accordo e farla finita con gli italiani. Fece decapitare Astorre Baglioni e impiccare Alvise Martinengo, che fu appeso tre volte, perché nella foga del supplizio la corda si spezzò due volte, mentre sorte simile toccò all’altro Martinengo e a Tiepolo. Per Bragadin però il crudele Lala Mustafà aveva in serbo una sorte più atroce. Gli fece mozzare orecchie e naso e così mutilato ordinò fosse rinchiuso in una gabbia esposta al sole per due settimane. Con le ferite in suppurazione, Bragadin, divorato dalla febbre, venne quindi costretto a sobbarcarsi pesanti sacchi di pietre, percorrendo il perimetro della città, fu sospeso a un pennone e vilipeso per il mancato arrivo della flotta cristiana (che sarebbe giunta nelle acque di Lepanto solo a ottobre…) e quindi condotto nella piazza principale di Famagosta, legato a una colonna e scuoiato vivo.
La tortura iniziò dalla schiena. Mentre il carnefice scorticava la pelle del comandante veneziano, gli veniva ripetuto che se avesse rinnegato Cristo e si fosse convertito all’Islam avrebbe avuto il colpo di grazia e il supplizio sarebbe cessato. Ma Bragadin continuava a invocare il nome di Nostro Signore e a recitare il Miserere. L’orrenda sevizia giunse alle braccia e alle gambe e quando arrivò all’ombelico, finalmente, il cuore di Bragadin cessò di battere, ponendo fine alla sua sofferenza. Ancora più esacerbato da quell’esempio di fede, Lala Mustafà ordinò che la pelle fosse imbottita e appesa come trofeo a una delle sue navi. Il resto del corpo fu squartato ed esposto su ciò che restava delle mura cittadine.
La pelle, imbottita di paglia e cotone, e rivestita degli abiti e delle insegne del comando, fu portata in macabro corteo per le vie di Famagosta, e poi appesa all’antenna d’una galera, che la portò a Costantinopoli come trofeo, insieme con le teste dei capi cristiani. Nonostante la reprimenda del Sultano, che rampognò il suo pascià di aver infranto gli accordi giurati coi veneziani, la pelle fu lasciata come trofeo per anni, come un macabro manichino vestito in abiti veneziani, finché non fu sottratta nel 1580 all’Arsenale di Costantinopoli, portata a Venezia e oggi è conservata come una reliquia nella chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.
















