George Orwell, intellettuale tra i più grandi del Novecento, in vita sua non pregò l’Altissimo nemmeno una volta. Lui così ateo e razionale, era scettico a tal punto da scontrarsi con quanto di religioso residuava ancora nel mondo, e negare all’uomo ogni minima possibilità di trascendere la propria finitezza. Un’ostilità, quella dello scrittore britannico scomparso a Londra nel 1950, che il personaggio del corvo Mosè ne La fattoria degli animali (allegorico della Chiesa ortodossa russa e, in senso ampio, della religione organizzata) esemplifica al meglio.
Ebbene, proprio per questo, nel bellissimo George Orwell. La scommessa perduta (Secop edizioni, 2025), Giovanni Romano parla dell’autore inglese nei termini di un’occasione mancata: quella di un individuo conscio della centralità della religione, ma incapace di vedere nella fede un baluardo verso ogni tipo di totalitarismo. Sia esso di destra o di sinistra, nazista o comunista. L’autore di 1984 e Omaggio alla Catalogna, scrive Romano “cercò nell’uguaglianza e nella fraternità umana un sostituto alla religione”, senza comprendere che il cristianesimo è innervato in maniera inscindibile tanto dall’una che dall’altra; e che l’uomo “non agisce solo in vista del premio o della punizione ma prima di tutto si chiede il perché, si chiede chi è, e se lo chiederebbe anche nella società più perfetta, anche nell’uguaglianza più completa”. Domande che nell’Inghilterra secolarizzata di Orwell, figlia dello scisma anglicano, divisa tra indifferentismo scettico e fondamentalismo puritano, dov’era messa in discussione financo la compatibilità tra la sfera religiosa e quella democratica dello Stato, apparivano alquanto risibili. Eppure, tra le due guerre e anche dopo, in un momento in cui l’Europa era già alle prese con una drammatica scristianizzazione (viene in mente il “fumo di Satana nel tempio di Dio” denunciato qualche anno dopo da Paolo VI), alcune figure di intellettuali cattolici (no di certo gli odiati Charles Peguy, Leon Bloy e il grande G.K. Chesterton, cui si deve il debutto giornalistico di Orwell, il 29 dicembre 1928, su G.K.’s Weekly) proponevano punti di vista tutto sommato condivisibili.
Come nel caso del filosofo francese Jacques Maritain, il quale sosteneva che cristianesimo e democrazia non solo fossero compatibili, ma “anche reciprocamente necessari” se si voleva “una vita cristiana autentica” e una società più giusta. Posizione coraggiosa che, tuttavia, faceva di Maritain, a detta dello stesso Orwell, “un elefante albino”, “una voce isolata e purtroppo senza seguito”, e comunque inserita in un impianto complessivo inaccettabile, nel quale il mondo anziché bastare “a sé stesso” era concepito quale “stato transitorio verso la vita eterna”. Nulla di più distante da un laicista come lui, che nell’umanesimo razionale e nell’antropocentrismo individuava i cardini di una società disposta a fare a meno di Dio e mettervi al centro l’uomo. Magari dotato di quella decency tipica del “common man” orwelliano, presente in molte delle sue opere, e definibile come “atteggiamento morale”, “un modo schietto e immediato di entrare in relazione con l’altro e trattarlo con il rispetto che gli è dovuto semplicemente perché è un essere umano”. Quanto poi una tale visione sia bastevole per fare dell’uomo un essere compiuto, oggi che il deserto spirituale avanza, lo lasciamo dire al lettore. Certo è che giunti alla fine di questo libro, grazie alla disamina di Romano, qualche dubbio viene eccome.


















