C’è una soglia assai sottile – individuata dalla nostra stessa intelligenza – tra bonaria ironia e incivile maleducazione, tra sarcasmo intelligente e caricatura grottesca, tra satira leggera e offesa gratuita.
Eppure, il mondo dei social non ha fatto altro che cercare progressivamente di annullare questo già di per sé labile divario, come se tutto, finanche la più assurda delle cattiverie, fosse perfettamente lecita e ormai tristemente consentita, se non addirittura obbligata.
Il covid non è più solo una malattia respiratoria, ma dopo un anno si è progressivamente trasformato in malattia dell’anima e del cuore.
Complici l’isolamento, l’insofferenza, la noia, l’indifferenza, che indipendentemente da chi siamo e senza pietà alcuna, sono pronte a insidiarci e a scagliare chicchessia in un vortice di malinconica nostalgia e dilaniante vuoto, fino a irrompere nel nostro quotidiano, in giornate che si susseguono ognuna identica a quella precedente, fino a ridurci in maschere di cenere.
Intanto, in questa cornice di stallo adimensionale, in balia del tempo perduto che scorre e ci consuma, una cospicua fetta di utenti irriverenti, forti della distanza che li cela dietro a uno schermo, giganteggiano nella loro necessità morale auto impostasi di dover attaccare il prossimo a tutti i costi, qualsiasi siano le sue azioni, anche le più innocue, le più insignificanti.
Redarguire, ad esempio, con quella punta di immancabile saccenteria, chi si scatta una foto senza indossare in quel momento la mascherina sembra essere diventata assoluta e al contempo scriteriata priorità.
Guai ad aggirarsi per una strada deserta di campagna o in riva al mare per prendere una boccata d’aria: si verrebbe additati come untori, come intenzionali vettori di morte. Sovversivo anche andare a prendere una pizza, perché nonostante l’asporto sia regolarmente consentito, “è inaccettabile che le persone siano sempre in giro per strada”.
Vietato incontrare gli stessi due o tre amici di sempre: occhio, non parliamo di festini con ottanta persone e oltre stipate in venti metri quadri, bensì di una innocua passeggiata in compagnia di poche anime amiche.
Appena ci si rende colpevoli di uno di questi “deplorevoli” comportamenti delittuosi bisogna subito correre a giustificarsi con tutti i succitati leoni da tastiera, spesso e volentieri mostrando sincero pentimento, in un crescendo di inaudite amenità, magari elencando anche i prodotti che si sono acquistati al supermercato dopo essercisi recati, violando la sacralità della fantomatica zona rossa.
Instagram e TikTok, più che social network, si sono a mano a mano e lentamente trasformati in piattaforme dell’odio e dell’attacco gratuito verso chiunque: persino incontrare i propri nonni o altri parenti sembra essere diventato un gesto lesivo della società e della salute pubblica.
È curioso notare come le critiche (ma forse sarebbe meglio definirle minacce frustrate!) provengano abitualmente da chi – guarda caso – non ha alcuna conoscenza minima necessaria di base per poter ergersi a esperto di virologia: la solitudine ha giocato brutti scherzi ai cuori di tutti coloro così incattiviti dalle restrizioni, al punto che, incapaci di impegnare il proprio tempo diversamente, altro non possono fare che riversare le proprie puntualizzazioni frustrate e discutibili su chiunque altro.
La prevenzione di un virus ci sta sfuggendo lentamente di mano, mettendoci gli uni contro gli altri senza esclusione di colpi; la libertà non è più un diritto, ma è divenuta un compito, un dovere, una conquista, in nome di chi ce la calpesta e ce la sottrae ogni giorno con argomentazioni di mostruosa illogicità.
Non è concepibile, né umano, leggere commenti sul web in cui si giunge ad augurare la morte a chiunque stia esercitando un minimo e sacrosanto diritto di base quale quello di uscire di casa e respirare, qui dove lo stesso atto del respirare viene demonizzato fino alle estreme conseguenze.
Non è umano augurare a chi passeggia per strada la terapia intensiva, come se fosse colpevole del più deprecabile degli assembramenti occulti, né è umano ergersi continuamente a giudici morali degli altri senza guardare prima un po’ più a fondo dentro se stessi.
Il 2021 si è aperto con la più insanabile e inimmaginabile delle piaghe sociali: l’epidemia dell’ignoranza, quella più tetra e irrimediabile a cui si possa pensare.
Come se fossimo confinati in un mondo che ha scambiato la sicurezza con l’incoerenza, la tutela della salute col soffocamento della libertà e la prevenzione con il preludio della depressione.
In zona rossa rinforzata chiudono Chiese, parchi pubblici, come se a distanza di un anno intero, più che andare avanti, si stesse tornando inesorabilmente indietro senza progresso alcuno.
Chiudono i cimiteri, come a voler disumanizzare anche l’ultimo lato di umanità e di pietà che contraddistingue l’essere umano, quello del culto per i propri defunti.
Chiudono le scuole, ovunque, senza eccezioni, come a volerci strappare finanche l’ultimo residuo di candida e spontanea socialità, quella che nasce tra i bambini e che di certo non influirebbe in alcun modo sulla curva dei contagi.
Chiudono le scuole e con esse l’ultimo spiraglio di ribellione, l’ultima scintilla di rivoluzione. Chiudono le scuole e con esse il desiderio e la forza che ogni ragazzo dovrebbe avere a sufficienza per rialzarsi e reagire.
Chiudono le scuole e con questo ha ufficialmente inizio l’assuefazione a quella epidemia dell’ignoranza, a quella malattia del cuore e dello spirito, cui nessun lockdown potrà mai davvero porre fine.














