Il brutto nell’arte ci ha stancato, con Angelo Crespi abbiamo Nostalgia della bellezza

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Jane023 (talk) 12:28, 24 December 2019 (UTC), CC0, via Wikimedia Commons

Squali in formaldeide, ritratti scolpiti nel sangue congelato, banane appese al muro con il nastro adesivo: secondo Angelo Crespi oggi l’arte ha smarrito la vocazione al bello per votarsi al brutto come sistema di valori, segno inequivocabile del tramonto della civiltà. Nostalgia della bellezza. Perché l’arte contemporanea ama il brutto e ci specula sopra (Giubilei Regnani, 2021, 196 pagine, € 13,30) è l’analisi di un sistema dell’arte disfunzionale sia dal punto di vita estetico che da quello etico. Senza alcuna suddivisione in capitoli, pensato come un dialogo con un interlocutore immaginario, il libro scorre con un ritmo incalzante che invita alla lettura d’un fiato. Angelo Crespi esordisce definendosi un reazionario, in quanto reagisce al brutto che lo circonda, ma precisa che amare il bello non significa affatto essere passatisti, anzi: a suo parere Il brutto è fatalmente destinato a stancare il pubblico. Le radici dell’equivoco che stiamo vivendo oggi su cosa sia l’arte sono da ricercare nell’irrompere del concettuale all’inizio del secolo scorso. Il gesto di Duchamp di rinominare “Fontana” un orinatoio e di proporlo a una mostra è all’origine di un ribaltamento epocale che ha trasferito il senso dell’oggetto artistico dal suo ambito estetico a quello, appunto, meramente concettuale.

Uno strapotere del pensiero che ha sostituito la ricerca del bello e il saper fare, sostenuto da una critica autoreferenziale che si trincera dietro un linguaggio volutamente ostico e incomprensibile ai più, per giustificare un’arte altrettanto ostica e incomprensibile. L’arte contemporanea, dunque, secondo Crespi ci odia proponendoci bruttezza e ci respinge chiudendosi nel suo mondo impenetrabile, vagamente autistico, dove l’oggetto d’arte è oramai definito tale solo nella misura in cui fa parlare di sé. Come la banana di Cattelan: un banale frutto appiccicato al muro, che dà scandalo per essere stato venduto a 120.000 dollari e dà spettacolo nella performance di un altro artista, David Datuna, che se lo mangia. O come il gigantesco dilatatore anale verde posizionato da Paul McCarthy al centro di Place Vendôme, a Parigi, quasi fosse un allegro albero di Natale e distrutto da un passante scandalizzato. Non può mancare, nella trattazione, uno spazio dedicato al mercato dell’arte contemporanea, sistema scivoloso e ambiguo, tanto più difficilmente decifrabile quanto determinato da quella che è in realtà una quota minima delle transazioni reali. Un mercato destinato a esplodere, perché fondato su un ribaltamento concettuale: l’arte antica, dice infatti Crespi, costava perché valeva, mentre l’arte contemporanea vale perché costa.

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