Il Maestro Avati e quell’idea del ritorno

0

A 82 anni Pupi Avati è ancora curioso di esplorare la realtà dei sentimenti umani. Fulcro, attorno al quale ruota la sua immensa produzione, è “L’amore che move il sole e le altre stelle”.  Nei 700 anni della morte del Sommo Poeta, il regista bolognese vede finalmente realizzare il progetto che insegue da diciotto anni: “Vita di Dante”. Ora, impegnato sul set del film prodotto con il sostegno di Rai Cinema. Girato tra Emilia Romagna e Toscana. “Un film storico, non una cronaca- ci tiene a sottolinearlo – avrà un tasso di immaginazione che ha a che fare con le congetture”.

Al maestro di pellicole indimenticabili come “La casa dalle finestre che ridono” (1976), “Una gita scolastica” (1983), “Regalo di natale” (1984), “Il papà di Giovanna” (2008) e il più recente “Lei mi parla ancora” (2021) è stato consegnato a Casale Monferrato, durante la IV edizione del Festival CulturaIdentità, il “Premio Lanza- Amor di Patria”. Un riconoscimento alla sua luminosa carriera e alla sua poetica legata all’amore verso la propria terra e all’identità nazionale

L’amore per la sua città Bologna l’ha accompagnata per tutta la vita. I suoi film sono testimonianza di questo legame indissolubile

È tutto ciò che mi distingue dagli altri. L’identità a un territorio è ciò che ci rende differenti e ci allontana da quell’appiattimento che la globalizzazione in qualche modo ci ha costretti a subire. Una forma di rassicurazione che ci fa sentire parte di un tutto, che ci dà la possibilità di condividere le stesse opinioni sulle cose del mondo. Mi sembra che ci sia una generale spogliazione, un’abdicazione del singolo a quello che dovrebbe essere un carattere identitario. L’individuo sta inevitabilmente rinunciando a sé stesso. Ho trovato nelle mie radici la ragione del mio esistere. Non ho mai interrotto il legame con il luogo in cui sono nato e con le persone che mi hanno generato. Ho un sentimento di profonda riconoscenza nei confronti di chi ci ha preceduti e ci ha dato l’opportunità di vivere in un mondo molto più accogliente rispetto al mondo in cui sono nati i nostri genitori.

Lei è molto attratto dal passato

Il mio cinema non ha niente a che fare con la nostalgia ma con la testimonianza. Io stesso ho la possibilità così, di mettere in comparazione il passato con il presente. Di raccontare da dove veniamo per abbracciare quello che siamo.

L’amore verso la patria è un sentimento che sembra essersi sfilacciato, sopito nelle nuove generazioni

In Italia probabilmente è così. Quando viaggio sento una differenza abissale tra come noi ci percepiamo e come gli altri popoli manifestano un orgoglio di appartenenza al di là delle divisioni interne. Penso, in particolare agli Stati Uniti.  Ora, magari con i campionati di calcio Europei si rinvigorirà il sentimento nazionale. In questi giorni ho percepito un entusiasmo che mi ha confortato. Fortunatamente si verificano episodi positivi come lo sport, il calcio che uniscono il Paese.

Il suo progetto su Dante è finalmente partito 

Ci ho messo diciotto anni perché si realizzasse. Un’opera che ho ritenuto da sempre indispensabile. Era necessario che il cinema italiano raccontasse il Sommo Poeta. Dante è l’italiano più celebre e più tradotto nel mondo. Tuttavia di questo grande personaggio si sa poco, un’idea vaga e scolastica della sua opera e della sua vita.  Il mio avrà la dignità e la presunzione di essere un film e non una serie. Proverò a raccontare l’uomo che è dietro al capolavoro di poesia, d’immaginazione, di riflessione sull’umanità. Il dramma privato di un ragazzino che perde la madre a cinque anni e, a dieci, il padre. Si innamora poi di Beatrice a nove anni e la corteggia per tutta la vita fino a quando lei si sposa con Simone Bardi. Dopo due anni la sua amata muore di vaiolo. Non un saggio sulla vita di Dante. Il mio sarà un ragazzo che resta fanciullo anche da vecchio. Vorrei che questo racconto rendesse affascinante il personaggio storico. Il mio obiettivo è far piacere Dante. Non l’Alighieri scolastico con quel profilo arcigno, il naso adunco, dal carattere sprezzante. Questo ritratto ha contribuito a farne una figura troppo distante dalla gente.

Per questo lo racconta attraverso gli occhi di Boccaccio?

Raccontarlo in prima persona sarebbe stata un’impresa impossibile. Dante ha a che fare con il mistero, con l’ineffabile. Ci si avvicina a Dante per congetture ma non attraverso documenti o testimonianze che accertino tutta la sua vita. Nel 1350, Boccaccio è stato il suo primo biografo e ancora oggi studiamo il suo lavoro. Avrei voluto riuscire a trasmettere la reazione che ebbero i cittadini di Firenze quando furono pubblicate le copie dell’Inferno. Un’eco inimmaginabile per l’epoca, molte famiglie nobili erano coinvolte direttamente e si riconobbero nei gironi e nei peccati più inconfessabili.

Si è avvalso di numerosi consulenti per la ricostruzione storica 

Quando ho chiamato la mia squadra per realizzare il progetto gli ho detto: non farete un film ma “il film”. Sento una grande responsabilità nel girarlo e ho chiamato numerosi esperti tra i quali Emilio Pasquini, Marco Santagata, Franco Cardini. Non è la prima volta che affronto il Medioevo è un’epoca che ho studiato profondamente. Magnificat, nel 1993, è stata una pellicola che mi ha dato grandi soddisfazioni ho ricevuto numerosi premi di medievistica. Così come è stato poi, nel 2001, per i “Cavalieri che fecero l’impresa”.

L’unica immortalità che ci è concessa è il ricordo. È da qui che ha inizio il racconto del suo recentissimo “Lei mi parla ancora”

È un tema inedito. Mi sembrava una riflessione inclusiva rispetto al concetto su cui ruota il racconto: l’idea del “per sempre”. Un’espressione che non si usa più. Legata agli anni dell’infanzia in cui il tempo è talmente dilatato da essere percepito come infinito. Invecchiando io sono tornato molto più simile a quel bambino che fui, più di quanto non si possa immaginare. La suggestione che ci sia qualcosa che possa durare “oltre” la finitezza della vita mi convince, forse mi è anche necessaria. Per questo il romanzo di Giuseppe Sgarbi è stato illuminante, il concetto di eternità di un amore mi sembra quasi “scandaloso” per i tempi in cui viviamo. Un vecchio che ostinatamente sostiene che la storia d’amore con sua moglie non sia finita nonostante la morte, mi è parsa interessante.

Nella sua lunga carriera ha incontrato grandi autori: Bernardo Bertolucci, Alberto Moravia, Giuseppe Patroni Griffi e Pier Paolo Pasolini. Con quest’ultimo ha collaborato alla sceneggiatura di Salò e le 120 giornate di Sodoma. Quale lezione le è rimasta

La lezione cinematografica senza dubbio me l’ha lasciata Fellini. Mi ha trasmesso la gioia e la festosità di girare un film. Ho un particolare affetto per Pasolini, “Salò” è stato l’ultimo film che ebbe occasione di dirigere. In quel periodo lo andavo a trovare spesso e ricordo la sua generosa accoglienza. Mi permise, per due mesi, di vivere questa straordinaria collaborazione. Non capita facilmente di potersi confrontare con un regista del suo spessore culturale. Ho imparato tanto da lui e ho capito che i veri grandi sono quelli che riescono a comunicare con estrema semplicità. Con Pasolini ho avuto un’intesa immediata, ho capito subito cosa avrei dovuto scrivere anche se è stato infinitamente duro affrontare la crudezza del suo racconto.

L’amore per il cinema è una promessa di eternità?

Lasciare una traccia di sé è cercare di garantirsi l’immortalità. Ricordo un film meraviglioso che mi convinse che il cinema poteva mentirti e darti questa dolce illusione “Il posto delle fragole” di Bergman. La scena finale è una metafora della circolarità del tempo. Il vecchio professore si addormenta e nel sogno torna bambino e incontra nuovamente i suoi genitori. Mi seduce profondamente l’idea del ritorno.  

CLICCA QUI E SOSTIENI LA NOSTRA VOCE LIBERA

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

quattro × 5 =