“Io, Capitano”, il migrante di Garrone come Pinocchio di Collodi

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Sono esseri umani. Esseri umani che si mettono in viaggio. Matteo Garrone con il suo film Io, Capitano, entra dentro il sogno, il mito, la psicologia di un ragazzo africano di sedici anni che dal suo Senegal sogna l’Europa. L’Occidente, il Nord segnato dalla bussola sono il mito, l’irraggiungibile fatto di credenze, leggende e il suo viaggio è metafora del destino umano. Il regista traccia il viaggio dell’eroe, che è una missione per la vita con elementi abbastanza simili a quelli del Pinocchio di Collodi. Il nostro ragazzo protagonista disubbidisce alla mamma, diserta la scuola con la complicità di un suo cugino-Lucignolo e incurante a tutti i richiami dei barbosi grilli parlanti che vogliono scoraggiarlo ad attraversare il deserto: “è pieno di cadaveri di fratelli morti!, parte lo stesso e di nascosto. È attratto il nostro giovane “eroe” dai modelli, dalle storie trasmesse dallo smartphone: “Italian fashion, andremo in Italia e firmerò autografi ai bianchi, ameranno le mie canzoni, mammamia! Ho già imparato la lingua!”. Lui, così come gli altri suoi compagni di strada, ignorano il destino che li aspetta, non immaginano i rischi, i pericoli, le violenze, i ricatti verso cui vanno incontro; si mettono in viaggio perché sperano in un futuro migliore e pieno di possibilità come i loro coetanei europei, e perché desiderano conoscere dal vero, coi loro occhi, il mondo che si affaccia dagli schermi dei loro telefoni.

Il film potrebbe per alcuni versi essere un monito per tutti quei ragazzi africani che progettano di emigrare senza essere spinti da un reale stato di necessità, e senza conoscere fino in fondo i reali pericoli che si trovano ad affrontare. Il viaggio dell’eroe è una guida di sopravvivenza, meglio non partire. Garrone non vuole fare il punto sulla migrazione, né sull’accoglienza. I suoi sono esseri umani che inseguono desideri, felicità, che sono capaci di attraversare rischi, pericoli, ricatti, soprusi, torture. Può sembrare un film documentario ma non è così. Garrone mette la fiaba quando può dentro quest’ingranaggio di emigrazione feroce e disperato. Bellissima la scena dove un folletto alato, un Ariel della Tempesta di Shakespeare dalla pelle nera, esaudisce il desiderio del protagonista di rivedere solo per un momento la madre. Se Io, Capitano è un film politico lo è soltanto nel suo complesso, per la sua struggente attualità. Racconta con crudezza le carceri libiche, il cinismo orrendo dei trafficanti, le lacrime che colano dagli occhi dei protagonisti quando devono lasciare indietro chi non ce la fa a proseguire e arranca sulle dune sabbiose, e lo fa mettendoci dentro anche una chiave magica. Come dovrebbe fare sempre il cinema. Un tragitto iniziatico, duro e poetico al tempo stesso.

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