Marco Giorgetti: “Un piano Mattei per la Cultura che arriva fino in Africa”

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Parla lo storico Direttore che dirige con successo da anni la Pergola di Firenze

Direttore generale del Teatro della Toscana, teatro della Pergola di Firenze. Un operatore culturale veramente appassionato, capace, determinato, con una visione internazionale sulle attività di spettacolo, formazione, cultura, educazione. Conosce e padroneggia benissimo la materia: il Teatro viene studiato da lui dall’elemento più piccolo al più grande.

Gli chiedo: chi è Marco Giorgetti?

Io sono un operatore culturale, un combattente del Teatro, poiché nel teatro dobbiamo sempre combattere. Mi de finisco una persona che sta portando il teatro un po’ più in là. In là rispetto al punto in cui siamo arrivati, dove ci siamo fermati la sera precedente.

Da dove vieni?

Vengo dal palcoscenico. Ho fatto molto teatro come attore, come regista, ho scritto dei testi; poi ad un certo punto con Fulvio Fo ho sentito uno scatto relativo all’organizzazione, alla creazione di strutture, a determinare strade, anche diverse da quelle che si praticavano all’epoca. Questo è quello che mi ha portato a fare questa scelta, da combattente, per il nuovo autonomo Teatro della Pergola che poi è diventato Teatro della Toscana.

Qual è stato il primo amore? Lo spettacolo che ti ha fatto innamorare del teatro?

Non ho dubbi. Stagione del 1977 del Rondò di Bacco. La Classe Morta di Kantor. Lo spettacolo più straordinario che ho visto nella mia vita. Avveniva in uno spazio piccolo. L’ho visto tutte le sere. Avevo dei risparmi da ragazzo di 17 anni e andai tutte le sere. Ne rimasi folgorato.

Un’emozione ritrovata?

In Ionesco Suite realizzato dall’amico direttore del Teatro De la Ville qualche anno fa. Stessa emozione.

E poi?

L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett sempre al Rondò di Bacco con il grande Glauco Mauri, con il quale ho avuto la fortuna di lavorare molto e che ha confermato nel tempo di essere quel grande gigante che è.

Teatro di Ricerca (Kantor) e Tradizione d’attore (Mauri) dunque.

Esatto. L’impatto con questi due mondi. Opposti. Due opposti e in mezzo c’è tutto quello che potresti fare. Cercare di far dialogare questi mondi.

Qual è lo spettacolo che hai prodotto di cui vai  fiero?

Lo spettacolo di cui vado più fiero è Vita di Galileo con la regia di Gabriele Lavia. Ha girato poco anche perché durava sei ore!

Monumentale Lavia!

Sono fiero. Ho prodotto qualcosa che nessuno faceva da tanti anni in Italia con un grande attore e tanti giovani che hanno cominciato a lavorare in teatro.

C’è stata un’esperienza invece che non rifaresti?

Ohh! (ride) Tutte le cose che abbiamo fatto prodotto avevano alla base una grande onestà, quindi anche quello che non è riuscito secondo me ha un senso. Non farmi fare nomi per favore, poi magari te lo dico all’orecchio… (ride)

Cosa vuole il pubblico? Quali sono gli ingredienti per fare una buona Stagione Teatrale?

Il pubblico ha bisogno di tornare all’origine, alla fonte, alla sorgente del teatro. Mi risponde J. L. Barrault: “Non esiste altro Teatro che quello di Ricerca. Siamo sempre alla ricerca.”

Il Teatro della Pergola di Firenze (foto Bruno Rijsman CC 3.0 sa by)

Un esempio italiano contemporaneo?

Fabrizio Gifuni quando affronta Pasolini e Aldo Moro secondo me è ricerca. Il teatro pubblico è affamato di queste cose. Fausto Russo Alesi che fa Eduardo dopo il  film di Bellocchio su Moro e le Brigate Rosse, anche in questo caso il pubblico vuole vederlo. Lodo Guenzi fa Trappola per topi, una perla rara che porta altro pubblico. Come diceva Fulvio Fo non bisogna parlare di pubblico ma di pubblici. Sono diversi. Ogni sera è diversa. Ogni sera apri una porta diversa ad altre persone.

Una volta si faceva teatro per la critica. C’è ancora un ruolo per la critica teatrale oggi in Italia?

Ci sono dei giornalisti eccezionali, persone di grande competenza. Non è più la critica dell’epoca. Il modo oggi è quello di assistere a uno spettacolo e creare con le proprie parole un confronto. La voglia di aprire un confronto. Non c’è più la critica che orienta le scelte. Un Franco Quadri e Luca Ronconi, un Quadri (critico de La Repubblica), che con la sua poliedricità ti suggeriva un testo nuovo. Oggi il confronto con la critica è più aperto.

Funzionano i televisivi a teatro?

Funzionano. Loro stessi si rendono conto che il teatro è una magni fica pozione magica che li migliora, li riporta a un’energia primaria. Non vogliamo fare qualcosa del tipo “ produco-consumo- vendo”. Tu star, stai con noi, con i nostri giovani e con i professionisti. Vinicio Marchioni ad esempio sta lavorando a un Caligola di Camus. Non ci interessa la star che fa un classico qualunque. Ci interessa portare quella star a fare con noi un percorso che scopra altri mondi. E che apra ad altre forze attoriali. Grande nome, professionisti, giovanissimi che hanno bisogno di essere formati, guidati.

Ci tieni alla formazione

Il nostro è un Teatro d’Arte vero. Abbiamo la scuola di Favino. Giovani che trovano un percorso al lavoro. Alcuni poi cambiano strada. Non tutti sono adatti al teatro.

Il tuo compito in una battuta qual è?

Trovare talenti.

La Toscana è una regione molto florida. Si fa rete. Tu le reti le vuoi buttare a largo, oltre i con fini nazionali.

Abbiamo una bella collaborazione in Francia, fatta di linee, programmi, valori, arte, educazione, scienza. Abbiamo scritto un manifesto. Sul nostro asse stiamo portando l’Africa, il Portogallo, il teatro di Atene in Grecia, Oslo, le capitali del mondo. Un nuovo teatro.

L’Africa?

Siamo stati in Camerun, in Ruanda. Apriamo teatri! Un piano Mattei per la Cultura, sulla Cultura!

La qualità di un direttore?

Studio, approfondimento. Ascolto. Ascolto delle nuove generazioni. Superare l’attualità.

Le nomine in Italia sono dentro a bussolotti politici: si è in predicato, papabili, bruciati, nominati. Dove vorrebbe andare Marco Giorgetti?

Oggi il posto che desidero è quello dove sono. C’è un potenziale enorme. La Pergola è un luogo magico. Pubblico, attori, attenzione. È il massimo.

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