Cento anni della Divina Duse sul palco della Pergola

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Il 21 aprile del 1924 moriva la Divina. Alla Pergola di Firenze la grande attrice e il Vate hanno sperimentato memorabili pagine del teatro italiano

In uno dei cento ritorni a Firenze, la città che è più cara al suo cuore, Eleonora Duse scrive al suo amministratore Ettore Mazzanti: «Forse la pace è lassù, sulla collina di Settignano. Spero che la mia mente e il mio sano volere mi faranno guardare gli alberi, i fiori, le case senza inutile rimpianto e senza troppa amarezza. La vita è veramente una cosa bizzarra e complicata». La Divina si riferisce al tribolato rapporto sentimentale con il Vate, Gabriele d’Annunzio, che per lei e con lei inizia a scrivere per il Teatro: «La città morta» (aprile 1901); «Francesca da Rimini», «La Gioconda» (gennaio, febbraio 1902) tutti da rappresentarsi al Teatro della Pergola. Ancor prima i due hanno stretto il loro sodalizio artistico nel «Sogno di un mattino di primavera» (1897, Parigi).

Villa La Porziuncola: lì soggiorna a Firenze la Duse, nota per essere stata, all’inizio del Novecento, luogo del suo chiacchierato amore con d’Annunzio, che vive sull’altro lato della strada, a Villa La Capponcina. Amore complicato, come la stessa attrice lo definisce, saturo di avvenimenti bizzarri, uno fra tutti: la pubblicazione del romanzo «Il Fuoco» (1900), che descrive minuziosamente e morbosamente l’amore tra l’uomo e la donna più famosi dell’epoca. A chi la scongiurava di non permetterne la pubblicazione, rispondeva: «Conosco il romanzo, ho autorizzato la stampa perché la mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta […] e poi, ho quarant’anni e amo».

Il Teatro della Pergola, pochi anni dopo, è ancora una volta cruciale nell’esperienza artistica e umana della Duse, attraverso un altro incontro/scontro: con Edward Gordon Craig conosciuto nell’autunno del 1906 a Berlino grazie all’interessamento di Isadora Duncan. Proprio nel capoluogo toscano la Duse lo invita per realizzare la scenografia del «Rosmersholm» di Ibsen, già andato in scena un anno prima a Trieste. La prima del nuovo allestimento ha luogo il 5 dicembre 1906, in palcoscenico è stata posta una targa a futura memoria dell’evento, vicino al camerino a lei intitolato.

I cimeli di Eleonora Duse conservati alla Pergola

Il risultato è eccezionale. Impressiona la Duse, come emerge dal diario di Guido Noccioli, membro della compagnia: «La scena nuova di cui parlo è ideata da un pittore inglese. È strana tutta verde e illuminata da 10 riflettori. I mobili sono verdi, di tela uguale la scena: in fondo una gran porta a vetri dà su un paesaggio che ricorda quello dell’“Isola dei morti”. L’altra porta grande è coperta da un velo blu. Un sogno! Piacerà al pubblico? La signora ne è entusiasta». Ma anche la critica ne è conquistata. Enrico Corradini scrisse: «Il palcoscenico appare trasformato, trasfigurato, altissimo, con una architettura nuova, senza più quinte, di un solo colore: verde, semplice, misterioso e affascinante, degno insomma di accogliere la vita profonda di Rosmer e di Rebecca West. Il tutto è la rappresentazione di uno stato d’animo».

Per la Duse il rapporto di collaborazione con il regista e scenografo inglese è dettato da una grande volontà di mettersi alla prova. Cerca ancor di più di esaltare il grande lavoro di traduzione che ha realizzato sul testo, riportando al centro il personaggio femminile, accantonato dalle versioni a favore della ribalta dei grandi attori uomini di fine ’900 in Italia. La Pergola viene scelta per preparare le nuove scene, nel frattempo la vecchia troupe e la vecchia scena vengono accantonate con l’idea di abbandonarle definitivamente, qualora il pittore (così l’attrice chiamava Craig) avesse del tutto convinto l’animo artistico intransigente di Eleonora. Quest’ultimo non concede alla Duse di mettere piede alla Pergola, rimanendo solo, rinchiuso anche di notte in auto-isolamento per dieci giorni di forsennato lavoro: anche i pasti gli venivano passati da una fessura creata appositamente, per non permettere a nessuno di osservare i lavori. «Che quella buona donna non metta piede qui, o le tiro un barattolo di colore in testa».

E la Duse? Si concede interminabili passeggiate al Giardino di Boboli, in compagnia di Isadora Duncan, che riesce a distrarla e mediare/tradurre, smussandoli, i toni piccati e inconciliabili dei due artisti. Così tutto viene trasformato in premurose concessioni e promesse di reciproco rispetto.

Quando finalmente vede la scena, non riesce a trattenere l’entusiasmo e la commozione. Piena di ammirazione, stringe in un abbraccio liberatorio Craig, chiamando a raduno tutta la compagnia e i lavoratori presenti nel teatro, per poi affermare: «Io ho avuto la fortuna di incontrare un grande genio: Gordon Craig. Dedicherò il resto della mia carriera, a far conoscere al mondo la sua ammirevole opera».

L’attrice allora rivisita completamente la sua interpretazione dello spazio e del personaggio per adattarsi alle linee geometriche tracciate da Craig, arrivando a cambiare perfino l’abito all’interprete, ma il loro rapporto si interrompe definitivamente appena lasciata Firenze. Già alla data successiva, quando la compagnia si reca a Genova, la Duse si mostra particolarmente nervosa per lo stravolgimento della scena. Per le date di Nizza nel febbraio 1907 Craig viene chiamato urgentemente dall’attrice per presiedere al montaggio della scena, trovandola, forse, volutamente mutilata. Tagliata di settanta centimetri alla base, là dove sono dipinte le porte e tutto l’arredamento. Gli sfondi, che rappresentano la campagna norvegese, sono stati deturpati, perdendo tutto il loro valore prospettico. Craig è furioso, finisce per insultare direttamente la Duse: «Ci fu un gran caos: l’inglese di Craig aveva strane analogie col puro bolognese del macchinista P. Giordani, che non era in armonia col fiorentino del direttore di scena, l’italiano dell’amministratore, il nizzardo dell’elettricista e con il milanese del trova-robe». Così Ferruccio Marotti.

Il caso vuole che, dopo la lite, la troupe del vecchio allestimento, praticamente sul punto di essere licenziata, poiché inutile, viene in soccorso della Duse. Le repliche andarono avanti per altri tre anni e non si capì mai come dei lavoratori professionisti, abituati al montaggio e smontaggio delle scene, decisero scientemente di tagliare la base anziché l’altezza di un’opera d’arte.

Annamaria Guarnieri interpreta Eleonora Duse. Foto di Margherita Mirabella

A Ibsen la Divina rimane legata fino all’ultimo istante della sua vita. E proprio mentre è in tournée in America con i suoi «Spettri» muore il 21 aprile 1924. Quell’ultima notte prende vita attraverso un testo di Ghigo De Chiara – Eleonora, ultima notte a Pittsburgh – in scena al Teatro della Pergola per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, per la regia di Maurizio Scaparro, con la Duse interpretata da Anna Maria Guarnieri. Memo Benassi, che in «Spettri» interpretava il ruolo di Oswald, donerà un cimelio di quell’ultimo passaggio in palcoscenico della Divina a Glauco Mauri, una giacca nera da lui indossata dove il personaggio di Helene Alving versava su una spalla le sue lacrime. Da qui il titolo, «Le lacrime della Duse», del libro autobiografico di Mauri, un altro grande maestro profondamente legato alla Pergola e alla sua storia.

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