La giustizia in Italia è la storia di un ordine diventato potere

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La “questione giustizia” in Italia è la storia di un ordine diventato potere, un potere divenuto poi preminente rispetto a tutti gli altri. Cosa ciò abbia comportato nella vita civile e democratica del Paese è ormai sotto gli occhi di tutti. Le storture e le deviazioni prodotte da questa deriva, sono ormai tali da rendere la giustizia italiana una caricatura di sé stessa e, da tempo, non riguardano solo il rapporto politica – magistratura ma anche e soprattutto quello tra cittadini e giustizia. Le due questioni, ad un occhio poco attento, potrebbero apparire tra loro separate.

Eppure, c’è una stretta correlazione tra una magistratura sempre pronta ad andare oltre le sue competenze e prerogative, talvolta molto più interessata a seguire le luci della ribalta mediatica e perseguire una visione moralizzatrice della società che non il fatto – reato, ed una giustizia poi del tutto inadeguata a rispondere all’esigenze di quanti, cittadini e imprese, invocano da decenni una “giustizia giusta”, che è tale nei modi e nei tempi con cui la si amministra. Ma questi mali, come sappiamo, hanno radici profonde, datate nel tempo. Non nascono all’improvviso e, per certi versi, sono rappresentativi di una tendenza più ampia, che interessa in diversi modi ed a diverse latitudini lo stesso mondo occidentale, pur nella consapevolezza che in nessuna altra parte hanno prodotto un così lacerante conflitto tra magistratura e classe politica come nel caso italiano.


In Italia il fenomeno nasce con connotazioni e fini ben precisi, agli albori degli anni Settanta, allorché i comunisti italiani intuiscono il potente effetto destabilizzante di una magistratura politica organizzata, interna alle istituzioni democratiche, in grado di utilizzare il processo giudiziario, in particolare quello del lavoro e poi quello penale, per sottrarre il primato della politica alla classe governante considerata “corrotta” e “sfruttatrice” ed affidarlo così a “giudici combattenti” per la giustizia sociale in nome di quella che poi diventerà una “questione morale”. In questo arco di tempo la commistione e la confusione tra il concetto ed il programma di giustizia sociale e di giustizia giudiziaria raggiunge il livello massimo operativo sotto l’ombrello protettore dell’emergenza terrorismo, poi della mafia e, infine, della lotta alla corruzione. Questa metamorfosi giunge così al suo apice agli inizi degli anni Novanta, dopo il crollo del muro di Berlino e con il venir meno della conventio ad excludendum, e dà vita a quella falsa rivoluzione mediatico – giudiziaria che prende il nome di “Mani pulite” che vede il coagularsi di interessi e convenienze di diverso genere e natura. Economia, finanza, interessi internazionali e piccoli opportunismi politici nazionali, si saldano per dare corso ad una stagione di rigenerazione economica, morale e politica del Paese. I risultati sono sotto gli occhi di tutti!


È questo l’atto fondativo della Seconda Repubblica e, contestualmente, il momento del definitivo stravolgimento del rapporto tra politica e magistratura, con la prima che abdica, per debolezza, opportunismi e viltà, al suo ruolo guida e diviene al contempo vittima e carnefice di sé stessa, dando vita negli anni a seguire, sotto la scure di offensive giudiziarie e conflitti metapolitici, ad una legislazione tale da rendere allo stato immutabile la sua condizione di subalternità e irrilevanza. Certo, negli anni si sono – a tratti – ingaggiati alcuni scontri su determinati interventi, ma questi sono stati parziali, privi di una visione d’insieme, volti più alla difesa dello status quo che non ad affrontare una questione la cui portata è sistemica, producendo un conflitto continuo che è servito ad esacerbare gli animi della politica ma non a risolvere nessuna delle problematiche esistenti.
Infatti, sebbene il tema della giustizia dopo Tangentopoli è stato l’elemento peculiare che ha contraddistinto lo scontro tra i due schieramenti dell’imperfetto e forzato bipolarismo italiano, la questione ormai travalica gli stessi confini politici, poiché anche gli “apprendisti stregoni” della sinistra nostrana, che pensavano di poter controllare il mostro creato, hanno dovuto fare i conti, seppur in modo assai edulcorato, con settori della magistratura ormai fuori controllo ed autoreferenziali.


L’arma giudiziaria, una vera e propria clava da brandire all’occorrenza, non è più usata solo verso la politica e, all’interno di questa, verso gli avversari o nelle lotte intrapartitiche e di schieramento, ma rappresenta uno strumento utile per regolare i conti all’interno della stessa magistratura. È il destino naturale, a tratti scontato, che accomuna ogni potere allorquando, raggiunti gli obiettivi esterni, si trova a dover guerreggiare al proprio interno per il suo controllo. E per queste ragioni che la “questione giustizia”, oggi, è la questione del primato della politica, della sua autonomia, del suo ruolo e della sua funzione, della tutela e dell’indipendenza delle stesse istituzioni democratiche e di una giustizia che sia ed appaia tale. È, in una sola parola, una questione di sovranità democratica. Infatti, se si vuole ripristinare il giusto equilibrio tra poteri ed organi dello Stato, se si vuole porre il freno ad una controllabile e difficilmente comprensibile che coinvolge diffusi settori della Magistratura ed i suoi organi di autogoverno, è necessario mettere mano ad una riforma radicale che, in quanto tale, non può che non partire da un intervento atto a riformare il Consiglio Superiore della Magistratura e separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, mediante un intervento sul Titolo IV della Costituzione.


Contestualmente, vanno inserite e ripristinate garanzie di indipendenza per la politica e promosse una serie di riforme in materia di giustizia penale, civile, amministrativa e contabile che mettano al centro il cittadino, i suoi diritti e le sue necessità, sapendo che,
non da oggi, e non perché necessario per accedere ai fondi del cosiddetto Recovery Found, la “questione giustizia” determina la crescita economica di un paese e l’attrattività di questo. Serve quindi una stagione costituente.
Una stagione in cui si affrontino anche (e non solo) questi temi senza voglia di rivalsa, senza scontri ideologici, poiché non si tratta né di condannare complessivamente i magistrati, i quali in grande maggioranza svolgono correttamente un lavoro difficile e prezioso, né di sacrificare l’indipendenza della magistratura, che è un bene supremo da tutelare. Si tratta, però, di impedire il protrarsi di una deriva, che presenta tratti inquietanti e illiberali, evitando che l’Italia si statuisca a tempo indefinito una Repubblica giudiziaria, in cui la sovranità passi definitivamente dalle Urne alle Toghe. È un compito a cui sono chiamate tutte le forze sinceramente democratiche, per restituire alla politica il ruolo che le compete in uno Stato di diritto.

Stefania Craxi

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