Salviamo i teatri d’Opera dalla malagestione e dalla confusione

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La storia del “management” dei teatri d’opera è sicuramente tra le più travagliate in assoluto. Basta avere la curiosità e la pazienza di andare a spulciare tra le lettere infuocate di impresari, direttori d’orchestra, compositori e cantanti vari, che, sin dagli albori, si trovavano di fronte alle grane più impensabili, per rendersi conto di quanto la macchina dell’Opera sia complessa e di difficilissima gestione.

Nel tempi più recenti, poi, le cose non sono certo andate meglio. Da anni si susseguono una serie impressionante di proposte di riforma del settore. Si può dire, in sostanza, che quasi ad ogni cambio di governo ci sia una nuova legge che viene presentata come la panacea di tutti gli annosi mali della Lirica ma che poi, puntualmente, ingarbuglia ancora di più la matassa. Colpa anche delle solite “manine” ministeriali (che poi, nel caso di specie, da qualche anno è sempre la stessa “manona”) che, nei rari casi in cui la legge di turno sia ben strutturata, fanno in modo che esca dal Parlamento quasi irriconoscibile rispetto a come vi era entrata. Tradizioni italiane dure a morire. Ad iniziare l’opera (con la lettera minuscola, stavolta) di demolizione di quelli che una volta furono gli Enti Lirici è stato il compagno Walter Veltroni in qualità di Ministro dei Beni Culturali con la famigerata Legge 367 del ’96. Certe cose, si sa, sono appannaggio della sinistra. Un ministro di destra sarebbe stato crocifisso sull’Appia solo per averlo pensato…e giù i giornaloni con Goebbels e la mano sulla pistola (per la cronaca la frase era di Baldun von Schirac) e Tremonti che con la Cultura non si mangia e via fino allo sfinimento.

Così da un giorno all’altro i Teatri d’Opera si sono trasformati in “Fondazioni Lirico Sinfoniche”. Un monstrum giuridico, figura mitologica metà Pubblica, metà Privata, che ha assorbito soltanto gli svantaggi dell’uno e dell’altro settore. E che ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo, è oggetto di un acceso dibattito circa la sua natura.

L’errore di fondo è voler innestare la logica del mercato anche dove questa logica non può in alcun modo attecchire. Testimonial d’onore della proposta di azzeramento dei fondi pubblici alla Cultura è stato, nel 2009, Alessandro Baricco. Dalle colonne di Repubblica, neanche a dirlo. Il dibattito però era di respiro europeo ed in Germania nel 2012 venne pubblicato a firma di quattro operatori culturali tedeschi il libro Kulturinfarkt: azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura, subito brandito come clava dai fautori della cultura del mercato (e viceversa) come Bibbia dei tagli selvaggi. Probabilmente ignoravano la valanga di danaro con cui la Germania finanzia qualunque tipo di attività culturale. In un Paese che ci investe lo 0.3 del PIL, invece, queste prese di posizione risultano quantomeno fuori luogo. E un po’ pelose.

La (ibrida) privatizzazione degli Enti Lirici, oggi lo possiamo affermare, è stato un fallimento totale. Certo, dipende dai punti di vista. Per alcune lobbies è stata una manna dal cielo, ma la realtà è che ha prodotto un netto peggioramento delle condizioni di tutti i lavoratori delle Fondazioni ed aumentato gli sprechi, molto più difficilmente controllabili. A questo poi si deve aggiungere un certo lassismo da parte degli organi di vigilanza ministeriale nel controllo delle gestioni di alcuni Sovrintendenti.

Non ha poi prodotto gli effetti sperati il tanto sbandierato Art Bonus del Ministro Dario Franceschini che, di fatto, non è riuscito a rendere più appetibili per gli sponsors le Fondazioni Lirico Sinfoniche, lasciandole sostanzialmente in balia del FUS e dei contributi delle amministrazioni locali, ormai ridotte all’osso. Fa ovviamente storia e legislazione a sé La Scala di Milano.

Chiudiamo con una nota di colore: tempo fa è passato in tv Un uomo, una città, ultimo ruolo da commissario in un “poliziottesco” per il grande Enrico Maria Salerno. In una delle ultime scene, di fronte al Regio di Torino un gruppo di lavoratori del teatro protestava chiedendo la riforma degli Enti Lirici. Era il 1974.

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