L’infodemia sul virus confonde gli italiani

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Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

Esiste una relazione tra la diffusa preoccupazione per il Covid 19 e la fonte che ne fornisce informazione? E se si, con quali percentuali si sviluppa la preoccupazione per la diffusione del virus secondo il canale con cui le notizie sono rese note?

A queste domande risponde un sondaggio della società Swg, compiuto con il metodo Cati – Cami – Cawi, su un campione rappresentativo di 800 persone intervistate. Secondo il sondaggio infatti, le fonti più canoniche, ovvero quotidiani cartacei, uniti alle edizioni sul web, raggiungono la quota di preoccupazione del 45% degli intervistati, che aumentano del 5%, raggiungendo il 50% complessivo, quando l’informazione arriva dai Tg di reti pubbliche e private. La preoccupazione cresce ancora, raggiungendo il 57%, quando a fornire l’informazione è Facebook e ancora più in alto, con il 66%, si arriva quando le notizie vengono diffuse da talk show e programmi di intrattenimento. All’opposto, la preoccupazione tra gli intervistati si attesta al 35% quando è il passa parola o i social network diversi da Facebook che forniscono informazioni e non più del 40%, quando l’informazione giunge grazie a testate solo on line e radio.

Consapevoli che un sondaggio va maneggiato con cura, resta il fatto che un campione rappresentativo possa offrire spunti utili di riflessione e di indicazione su come le fonti non accreditate stanno in qualche modo influenzando le opinioni degli italiani. Appare evidente che l’istantaneità della notizia e la sua spettacolarità, servita su Facebook e nei talk show, tocca un picco di preoccupazione anche per la mancanza di accurata selezione delle fonti e la necessità, intrinseca al mezzo, di dover aumentare visualizzazioni e share di ascolto. Con questo non intendiamo dire che facebook e i talk show vogliano deliberatamente diffondere preoccupazione tra la popolazione, ma che questa è semplicemente la risultanza dell’impossibilità di approfondimenti utili a comprendere in maniera corretta e completa gli aspetti della malattia.

Figlia della stessa spettacolarizzazione è l’informazione dei TG che, grazie alle immagini e quindi al linguaggio non verbale, porta lo spettatore in una condizione di ben diverso timore rispetto all’informazione cartacea e al passa parola che non godono della stessa potenza narrativa dei filmati ma, al massimo nel caso della carta stampata, di quella minore di una sola immagine. A destare maggiori preoccupazioni, su come il percepito cambi a seconda della fonte, non è ciò che è coniugato al presente, bensì ciò che può riservarci il futuro. Perché se è vero che l’informazione passa sempre più attraverso fonti non accreditate e sempre meno attraverso fonti giornalistiche, è chiaro che le possibilità di influenzare, positivamente o negativamente la popolazione, sono sempre di più agenti che sfuggono a una puntuale verifica da parte di chi fa dell’informazione un’attività professionale.

Ma se il fenomeno è ormai più che evidente nella sua delicata complessità, quel che turba di più è l’uso smodato di questi mezzi da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Da anni ormai è abituale la presenza dei leader di partito e dei capi di governo nei talk show e più recente è la moda di affidare a una diretta facebook, non solo l’ultima delle esternazioni, ma anche le conferenze stampa ufficiali del capo del governo. A fronte di tutto questo si alimenta dunque una macchina che, proprio per come è stata strutturata, passa in diretta video e on line una comunicazione travestita da informazione. Negli Stati Uniti le esternazioni in diretta del presidente Trump, in merito all’esito del voto, sono state interrotte da canali televisivi ABC, CBS, NBS a seguito della netta presa di posizione dei loro anchorman che si sono rifiutati di dare credito alle accuse, a loro dire prive di prove, di brogli elettorali.

Facendo riferimento implicito a quanto accaduto negli USA, SWG ha chiesto ancora se è un dovere dei media impedire che si diffondano false affermazioni, se questo sia un modo per costringere i politici a dire sempre la verità, oppure se le notizie vadano sempre riportate per come sono e poi successivamente farci una riflessione sopra discutendone in studio con giornalisti e ospiti, evitando così di entrare nel merito dei contenuti, riportando fedelmente quanto affermato dai politici. Il campione intervistato si è suddiviso così: 56% a favore dell’intervento contro la diffusione di false notizie, mentre il 26 % invece ha opinione opposta dichiarandosene contrario, la quota restante tra il non saprei e il non è giusto nessuna delle due scelte. Dal sondaggio emerge anche come le due risposte si posizionano sul piano politico: nel primo caso il 66% si è dichiarato elettore PD, nel secondo il 38% si è dichiarato elettore di Lega e Fratelli d’ Italia. Ma al di là del fatto che, per alcuni, la scelta sia apparsa illiberale, per altri, all’opposto, come prova dell’esistenza di stampa libera negli Usa; il dato certo è che a dei professionisti è stata data ancora la possibilità di staccare la spina, secondo un’etica propria dell’informazione. Difficile fare la stessa cosa durante un talk, impossibile farlo con Facebook ; ciò a prescindere dalle diverse appartenenze che hanno però in comune la volontà di ridurre al minimo, se non del tutto eliminare, dall’informazione il ruolo di chi è chiamato a svolgerne l’attività di mediazione tra diffusione e ricezione delle notizie; tra protagonisti e spettatori. Il caos che regna è sotto gli occhi di tutti.

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