L’orgoglio dell’Europa greco-romana cristiana

“È colpa dell’Europa, l’Europa ci impone” e pensiamo soprattutto ai vincoli di bilancio , “l’Europa non è in grado di far fronte”, con riferimento in particolare alla gestione dei migranti. Ma di quale Europa parliamo? In questa semplice domanda si sostanzia il nodo della questione: oggi l’unico organo eletto direttamente è il Parlamento Europeo, nei singoli Stati i cittadini scelgono i loro rappresentanti ma votano per un’istituzione che non ha potere decisionale.

Chi detiene il potere esecutivo, gestisce il bilancio dell’UE e attribuisce i finanziamenti è la Commissione Europea; sono i suoi rappresentanti, insieme a quelli della BCE e del Fondo Monetario Internazionale, la cosiddetta Troika, ad essersi occupati dei piani di salvataggio e ad aver dato il via alle famigerate politiche di austerità. Ed è proprio a partire da questi interventi sui debiti sovrani che da più parti si è iniziato a domandarsi quale fosse il livello di democraticità e di trasparenza dell’azione dell’UE. Quando si parla di crisi dell’Europa si intende dunque una crisi di democrazia, di rappresentanza e di sovranità popolare. In assenza di un corpo politico sovrano, cioè uno Stato nazionale forte che svolga delle funzioni compensative, il governo reale della cosa pubblica è lasciato de facto alle dinamiche di mercato e nelle mani di un’oligarchia di burocrati che non hanno alcuna legittimazione popolare.

È a questo che i popoli si stanno ribellando, è questa idea di Europa che verrà messa in discussione con il voto del 26 maggio da chi si oppone a una sempre maggiore cessione di sovranità dagli Stati nazionali ai tecnocrati. Chi ha tutto l’interesse a salvaguardare lo status quo è terrorizzato dal fatto che i partiti cosiddetti sovranisti, in grande ascesa, possano avere un risultato tale da riuscire a condizionare le politiche europee in campo economico e sociale, agendo sui vincoli di bilancio e sulle disuguaglianze, ma anche sulla gestione dell’immigrazione, finora subìta, e presentata non solo come ineluttabile, ma anche come positiva. Abbiamo assistito in questi anni all’esaltazione di una società multietnica e multiculturale in aperta contrapposizione con una visione dell’Europa volta alla riscoperta e alla valorizzazione delle nostre radici greco-romane e cristiane. Fra le principali virtù romane vi erano la Fides, la Pietas, la Virtus, la Gravitas e la Majestas: l’orgoglio di appartenenza, un orgoglio identitario che sostanzia e dà valore culturale al sovranismo.

Nel discorso corrente degli euroliberisti, dei fan della globalizzazione spregiudicata, dei porti aperti, della società aperta e in generale nel linguaggio dei media mainstream il sostantivo ‘sovranismo’ è utilizzato come sinonimo di ‘nazionalismo’, con evidente intento mistificatorio, ma essere identitario non vuol dire essere nazionalista, quanto meno non nell’accezione novecentesca del termine, intesa come movimento politico e ideologico avente quale programma l’esaltazione e la difesa della nazione fine a se stessa. Il Sovranismo più che segnare il ritorno al nazionalismo interpreta la necessità di tutelare frontiere e comunità locali da quelli che considera gli influssi negativi della perdita di capacità decisionale dei governi e delle istituzioni nazionali. Influssi che si traducono nell’impossibilità di decidere del proprio destino, vivendo invece in una condizione di eterna sudditanza rispetto a poteri che non sono oggetto di una delega democratica, né di una verifica popolare.



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