Luca Palamara: “È una riforma necessaria”

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Cinque anni dopo l’uscita de “Il Sistema”, i problemi della magistratura sono ancora tutti gli stessi

Il 26 gennaio 2021 usciva Il Sistema, il libro-intervista nel quale decisi di raccontare ad Alessandro Sallusti ciò che avevo visto e vissuto all’interno dei meccanismi delle nomine, delle correnti e dei rapporti tra magistratura e politica. Per anni avevo ricoperto incarichi di vertice e ritenevo di avere il dovere di spiegare come funzionava realmente quel mondo, un dovere reso ancor più necessario dal fatto che molti magistrati cresciuti attraverso quel sistema siedono tuttora alla guida di uffici decisivi per la vita giudiziaria del Paese.

Scrissi fin dall’incipit di essere consapevole di aver contribuito a costruire un modello che ha inciso profondamente sulle dinamiche istituzionali, politiche e sociali. Ma precisai anche che nessuno dei protagonisti – magistrati, leader politici, uomini delle istituzioni – poteva fingere di ignorare ciò che accadeva: tutti erano perfettamente consapevoli di ciò che stavamo tessendo. A distanza di cinque anni, e dopo essere stato espulso da quello stesso sistema attraverso il tranello di un trojan inoculato nel mio cellulare, la domanda resta intatta: quel sistema giudiziario-politico-mediatico esiste ancora oppure dobbiamo accontentarci della narrazione rassicurante secondo cui tutto funziona, i giudici non subiscono alcuna influenza dai pubblici ministeri, il disciplinare è efficiente e le correnti non condizionano più la magistratura? Temi che, insieme alla proposta del doppio CSM per giudici e pubblici ministeri, saranno al centro del voto popolare del 22 e 23 marzo.

Il problema, però, non è mai stato la responsabilità del singolo magistrato: ciò che non funziona è la struttura, un impianto fondato su una organizzazione interna di natura politica che assegna alle correnti il controllo reale della carriera. Un modello storicamente dominato da una cultura che ha guardato con diffidenza tutto ciò che non era collocabile a sinistra, influenzando per decenni scelte, equilibri e dinamiche interne. In questo quadro, la separazione delle carriere non è una bandiera ideologica ma una garanzia per i cittadini: serve a ristabilire un equilibrio processuale in cui accusa e difesa siano davvero sullo stesso piano davanti a un giudice terzo. Il sorteggio per la scelta dei componenti togati del CSM rappresenterebbe poi un atto di liberazione dal potere delle correnti, restituendo alla magistratura indipendenza reale e non solo proclamata.

Allo stesso modo, un’Alta Corte disciplinare autonoma e separata dal CSM permetterebbe finalmente di valutare con imparzialità i comportamenti dei magistrati che sbagliano, sottraendo il giudizio alle logiche interne di appartenenza. In questo contesto è diventato emblematico quanto accaduto durante Ballarò, quando Pierluigi Bersani ha esibito un foglietto con i numeri del sistema disciplinare senza spiegare nulla su quali fossero i comportamenti contestati, quali magistrati fossero stati coinvolti, quali fatti concreti stessero dietro quelle cifre. Un gesto che, più che chiarire, sembra rivelare l’insofferenza verso qualunque ipotesi di cambiamento reale. Cinque anni dopo Il Sistema, la domanda resta drammaticamente aperta: vogliamo davvero guardare ciò che non funziona oppure preferiamo continuare a ripeterci che tutto va bene? Il referendum del 22 e 23 marzo darà ai cittadini la possibilità di scegliere. Questa volta, però, non si potrà dire di non sapere.

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