Forse è stata la donna più calunniata della storia. Lucrezia Borgia (1480-1519), figlia illegittima di Papa Alessandro VI e sorella di Cesare Borgia, è una delle figure più luminose del Rinascimento italiano che tuttavia è stata dipinta con tinte fosche, diffamatorie. Alla propaganda dei nemici dei Borgia si appiccicò la passione ottocentesca per il feuilleton, che con il romanzo di Victor Hugo messo in musica da Gaetano Donizetti, cementarono il mito dell’intrigante, avvelenatrice e coinvolta in scandali familiari, inclusi presunti incesti e omicidi.
Pochi personaggi storici hanno ricevuto un trattamento così ingiusto. E quanto sia stato ingiusto lo testimonia l’amore che le tributò la sua città d’adozione, Ferrara, Città Identitaria, che per quasi 20 anni Lucrezia governò con tutte le virtù del miglior sovrano che il suo tempo poteva esprimere. Il capitolo più luminoso della sua vita si svolse a Ferrara, dove si trasformò in una sovrana rispettata, colta e amata dal popolo, guadagnandosi l’appellativo di “la buona duchessa”.
Nata a Subiaco nel 1480, Lucrezia crebbe in un ambiente di potere e intrighi, visto che il padre, Rodrigo Borgia, era un cardinale determinato a raggiungere il Soglio. Educata in conventi e alla corte papale, imparò lingue, musica e arti, diventando una giovane donna colta e affascinante. Sua madre, Vannozza Cattanei, amante di Rodrigo, la educò come una nobile rinascimentale: l’intero scopo della sua vita doveva essere quello di servire la famiglia. E se i maschi la servivano in guerra o come prelati (il fratello Cesare venne creato vescovo a 15 e cardinale a 18 anni…) le femmine dovevano servirla nel talamo nuziale.
Per questo padre la usò come pedina politica: a 13 anni fu sposata a Giovanni Sforza, signore di Pesaro, ma il matrimonio fu annullato nel 1497 per presunta impotenza (in realtà per motivi politici). Rimase celebre la prova imposta a Giovanni da Rodrigo: consumare le nozze davanti a testimoni. Prova che ovviamente il riluttante Sforza non riuscì a sostenere dovendo così rinunciare a un ottimo partito qual era la pupilla del Papa (oltre che una ragazza bellissima e coltissima). Giovanni si vendicò mettendo in giro la voce dell’incesto fra Lucrezia e Rodrigo, maldicenza sopravvissuta nella leggenda popolare a secoli di duro revisionismo storico.
Annullato il matrimonio, Lucrezia venne dichiarata virgo intacta. Un testimone dell’epoca – l’ambasciatore di Milano Taverna – riferì che la sua grazia nel ringraziare il collegio di giudici che amministrarono il divorzio, in perfetto latino, era superiore a quella di Cicerone.
Seguì un secondo matrimonio con Alfonso d’Aragona, duca di Bisceglie, nel 1498. Il diciassettenne d’origine spagnola – come lei – era bellissimo, tanto che nei ritratti che ci sono rimasti sembra una donna e Lucrezia se ne innamorò. Durante il breve periodo di felicità con Alfonso Lucrezia manifestò subito le sue doti di magnifica mecenate, raccogliendo alla sua corte intellettuali e artisti. La storia d’amore con Alfonso terminò però tragicamente: l’Aragona venne infatti fatto assassinare nel 1500, presumibilmente proprio dal cognato Cesare. Le alleanze dei Borgia erano infatti cambiate e gli Aragona avevano deluso le aspettative del Papa e soprattutto le ambizioni del Duca Valentino.
Lucrezia stavolta non accettò la sorte con sottomissione. Vedova disperata, con un figlio piccolo, litigò col padre e il fratello e fu mandata in temporaneo esilio a Nepi. Profondamente triste, firmava le sue lettere: «La più infelice delle donne».
Nel 1501 si prospettò per Lucrezia un terzo matrimonio. Opportunità che la donna colse con gioia, per emanciparsi da quella famiglia che l’aveva addolorata con l’omicidio dell’amato Alfonso. Le voci su di lei – del tutto ingiuste – s’erano diffuse, e per dimostrare le qualità di sua figlia, Alessandro VI lasciò il governo del Vaticano a Lucrezia nell’estate del 1501. Un gesto eclatante: il governo temporale della Chiesa in mano a una donna. Era un ottimo biglietto da visita, che unito a una dote stellare (100 mila ducati e una serie di benefici feudali per gli Este) la condusse finalmente all’altare (anche se per procura) con Alfonso d’Este, erede del ducato di Ferrara, nell’agosto di quell’anno.
Lucrezia arrivò a Ferrara nel febbraio 1502 con un corteo sfarzoso, ma fu accolta con sospetto. Tuttavia, in pochi anni, conquistò la corte e il popolo con la sua intelligenza, grazia e devozione. Il matrimonio, inizialmente freddo, si trasformò in un’unione solida: Lucrezia e l’Este ebbero otto figli, sebbene solo tre sopravvissero all’infanzia. Lucrezia ebbe anche quattro aborti.
Alla morte del suocero Ercole d’Este nel 1505, Lucrezia divenne ufficialmente duchessa di Ferrara, Modena e Reggio. Qui, lontana dall’influenza dei Borgia (il padre morì nel 1503), poté esprimere il suo potenziale. Come duchessa, Lucrezia si rivelò una patrona delle arti e della cultura. Trasformò la corte ferrarese in un centro rinascimentale, ospitando poeti come Ludovico Ariosto (che la lodò per la sua “bellezza, virtù, castità e fortuna”) e Pietro Bembo, con cui intrattenne una relazione platonica per corrispondenza. Sostenette artisti, musicisti e studiosi, promuovendo un ambiente colto e raffinato.
Ma Lucrezia fu più che una semplice mecenate: dimostrò anche abilità amministrative. Agì come reggente in assenza del marito, gestendo affari di Stato con efficacia e qualità virili durante guerre e crisi, come la scomunica che colpì il marito nel 1510, per opera dell’arcinemico dei Borgia, Giulio II, papa della Rovere, succeduto ad Alessandro VI.
Il popolo la adorava per la sua generosità: durante carestie e epidemie, aprì le riserve ducali e fondò istituti di carità. La sua devozione religiosa crebbe negli anni, e si ritirò spesso in conventi per riflettere, prendendo anche gli ordini di terziaria francescana. Queste azioni dissiparono le ombre del passato, facendola passare alla storia come “la buona duchessa”.
Nonostante presunte relazioni extraconiugali (come con Francesco Gonzaga), il suo matrimonio con Alfonso si basò su rispetto reciproco. Lucrezia diede alla luce nove figli in totale, ma le gravidanze e gli aborti (cinque) la debilitarono. Lucrezia morì il 24 giugno 1519, a soli 39 anni, per complicazioni post-parto dopo la nascita della figlia Isabella Maria. Ferrara la pianse profondamente: il popolo disperato le tributò a funerali solenni e Alfonso scrisse di aver perso “la miglior moglie che si potesse avere”.
















