Quel Giorgio Bocca che andò contro i terroristi rossi

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Ho un vago ricordo di ragazzo. Metà anni ottanta, una delle tv di Berlusconi di allora. Dialogano Indro Montanelli e Giorgio Bocca. Il secondo confessa al grande Indro più o meno che “noi in teoria dovremmo essere nemici, tu di destra io di sinistra, ma in realtà la pensiamo allo stesso modo su quasi tutto”.

Ecco, in attesa delle rievocazioni che, per il decimo anno della scomparsa di Bocca (25 dicembre 2011, n.d.r.), lo dipingeranno come il grande antifascista, compagno, militante, esempio di “giornalismo civile”, pietra miliare di “Repubblica”, vogliamo dire che questo ritrattino sarebbe un santino, ingeneroso per lo stesso Bocca.

Che certo alla sinistra italiana apparteneva ma, come Montanelli, era prima di tutto un giornalista. E ai suoi amici non risparmiò mai nulla. Bocca fu infatti sempre un acerrimo critico del Partito Comunista e dal gruppo suo dirigente fu scarsamente amato. Fin dagli anni Sessanta, con le sue straordinarie cronache de “Il Giorno”, mostrava che l’Italia andava in una direzione del tutto diversa da quella raccontata da Togliatti, Longo e Berlinguer.

Poi cominciò la violenza politica: e mentre il Pci e i giornalisti “democratici” dell’eskimo in redazione e del “Corriere della sera” ottonizzato parlavano delle Br come “infiltrati fascisti”, Bocca ebbe il coraggio di scrivere che il terrorismo rosso era figlio legittimo di decenni di propaganda comunista – quello che poi tempo dopo Rossana Rossanda avrebbe chiamato “l’album di famiglia”.

Anche sulla storia del Pci, Bocca provocò non pochi grattacapi a Botteghe oscure, pubblicando nel 1973 una biografia di Togliatti che metteva in mostra i lati più oscuri del Migliore. E l’anno dopo, un rapporto sull’Urss di Breznev da far accapponare la pelle. Pure sulla “fermezza” contro il terrorismo che il PCI, per far dimenticare tutto, sposò con rigore leninista e ben poco garantista, Bocca ebbe molto da ridire, fino ad essere persino troppo indulgente nei confronti dei terroristi.

Antifascista certo. Bocca rimase molto legato alla sua esperienza partigiana a cui arrivò dopo una prima adesione alla Repubblica sociale. Ma nei suoi libri sulla Resistenza e sul fascismo, tutti lavori documentati, da storico sopraffino, non andò molto lontano dal “revisionismo” che Renzo De Felice, negli stessi anni, certo con altro peso e forza, imprimeva. Fino a ricordare, nel 1981, scrivendo un libro sul Mussolini socialista, che “il socialismo reale non è fascismo ma come gli somiglia”, come recava il sottotitolo. E la mitologia operaista della Cgil? Fatta a pezzi nel volume I signori dello sciopero (Milano, Longanesi, 1980), una dura requisitoria conto la casta sindacale.

Si dirà che negli anni Ottanta, con “Repubblica”, a cui aveva aderito fin dalla fondazione, Bocca fosse diventato il giornalista democratico perfetto. Niente affatto: mentre il suo giornale e la sinistra spingevano, di fronte alle prime ondate di immigrazione, per un lassismo generalizzato, Bocca raccomandava di controllare le frontiere e rimandava al mittente l’idea che gli italiani fossero razzisti, in un libro del 1988.

Egli vedeva una Italia in sfacelo, rosa dalla partitocrazia, ovviamente quella di governo (era stato simpatizzante di Craxi ma se n’era allontanato all’inizio degli anni Ottanta) ma anche quella del Pci. Mentre le sue cronache e commenti sulla lunga svolta che avrebbe portato al Pds erano colmi di scetticismo, riguardo alla identità comunista che il nuovo partito non aveva intenzione di abbandonare. Per un certo periodo, si infatuò persino di Bossi e della Lega. Faceva impressione, quando all’inizio degli anni Novanta tutti ma proprio tutti i giornali demonizzavano il Senatur, leggere i commenti pro leghisti di Bocca, E su “Repubblica”!

Si, ma almeno contro il Caimano? Certo, dopo il 1994 un Bocca ormai anziano si intruppò nella Armata (Brancaleone) rossa anti Cav, ma fino al 1992 lavorò nelle televisioni del Biscione ed ebbe parole di grande elogio per Berlusconi imprenditore.

Decisamente, il vecchio Bocca era cosa ben diversa rispetto ai giornalisti oggi embedded nel Pd, sugli yacht degli Ingegneri e sugli elicotteri degli Avvocati e nei circoli più o meno svizzeri: in cui il “provinciale” si sarebbe trovato irrimediabilmente a disagio.

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2 Commenti

  1. Mi permetto di trascrivere quest Favola di Giorgio Bocca pubblicata su Il Giorno il 23 Febbraio 1975
    A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto,di favole per bambini scemi o isonnoliti;e quando i magistrati e gli ufficiali delCC e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un`ondata di tenerezza,perche` la favola e` vecchia,sgangherata ,puerile,ma viene raccontata contanta buona volonta` che proprio non si sa come contradirla.

  2. Tutto vero, però non dimentichiamo che, all’inizio, pure Bocca considerava i brigatisti rossi , una montatura ideologica del sistema di potere democristiano, ad opera dei suoi servizi segreti deviati – Non credeva che fossero roba di sinistra. Si ricredette in seguito.

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