Ma per tornare a vincere servono… cultura e identità

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Non le abbiamo liberate, le città, come titoliamo nel nostro numero in edicola. Anche se molte le manteniamo, e la gara è aperta a Roma, che ne vale dieci. La partita era ed è difficile, lo sapevamo. Ma l’entità della sconfitta, quella no, non era prevedibile. E ci sono molti modi di perdere: qui non tanto numericamente, sui municipi mantenuti o conquistati, quanto culturalmente e strategicamente. Le ragioni addotte per spiegare il ripiegamento sono tutte valide: i candidati non sempre in sincrono, l’astensione, le divisioni all’interno del centro destra. Ma richiedono a loro volta delle spiegazioni, non sono certo meteoriti cadute dal cielo. Spiegazioni che devono costringere il centro destra a interrogarsi sulle trasformazioni del tessuto sociale, su quanto la pandemia abbia allontanato ulteriormente dalla politica, sugli effetti di depoliticizzazione dell’esperimento Draghi, che colpisce soprattutto l’elettorato del centro destra. Torneremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi su questi temi: anche perché, se non saranno affrontati, non vi sarà probabilmente alcuna vittoria del centro destra alle prossime politiche, e forse non vi sarà nessun centro destra.

Per invertire la china non bisogna soffermarsi sulle cause secondarie ma capire che serve un nuovo centro destra e soprattutto servono … cultura e identità. Una cultura politica certo, con il suo pantheon di pensatori e di di figure di riferimento. Una costituente del centro destra deve essere accompagnata da una costituente delle idee. Un livello di riflessione analitica che richieda di capire che cosa avvenuto negli ultimi anni nel seno delle nostre comunità. Bisogna iniziare a costruire un ecosistema moderato, liberale e conservatore, altrimenti altro che “scandali” Morisi e “lobby nera” nei prossimi mesi.

E serve identità: non affidarsi a candidati civici si, ma spesso improvvisati, fino a poche settimane prima ignari dell’Abc della politica. L’identità, va da sé, è quella italiana. Perché un nuovo centro destra dovrà proporre una idea di Italia, una visione e un progetto alternativi a quelli della sinistra. Una Italia che si rivolge ai produttori, agli attori del made in Italy, ai creatori di immaginario, ma anche ai lavoratori, e più in generale all’uomo dimenticato, al forgotten man.

Non siamo all’anno zero. Non dobbiamo imitare la sinistra nell’auto crocifiggersi. Sul piano della elaborazione di idee, CulturaIdentità è nata tre anni fa con questo obiettivo e lo perseguirà ora con maggiore determinazione. Politicamente, la tenuta e anzi a tratti l’avanzata del centro destra nei piccoli capoluoghi di provincia dimostra che quando ci sono sindaci o candidati (molto dei quali aderenti al Manifesto delle città identitarie) che hanno ben salda la propria identità e quella del proprio territorio, gli elettori premiano loro. Da qui bisogna ripartire, ben sapendo però che non si governa un paese solo dalla provincia: la debolezza e in alcuni casi l’assenza del centro destra nelle grandi città è un grave limite che va colmato al più presto.

Il centro destra vincente o dato in vantaggio (lo vedremo tra due settimane) è quello unito, perché il suo elettorato lo è. Si deve solo riconoscere in un candidato credibile che incarni la cultura e l’identità conservatrice, moderata, cattolica e liberale. Come, ad esempio, Enrico Michetti a Roma che ha capito molto bene quanto la cultura conti e quanto sia necessaria. Ma il tempo delle analisi approfondite verrà a breve: ora bisogna impegnarsi sulle sfide ai ballottaggi, a cominciare da Roma, convincere le persone a recarsi ai seggi, non smobilitare né deprimersi né demordere.

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