Venti anni fa la strage di Nassiriya. Una ferita che non si rimargina

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Il 12 novembre del 2003 un’esplosione squassava la base italiana “Maestrale” di Nassirya, portando con sé la vita di 28 persone, fra cui 19 italiani. Coincidenza ha voluto che quando ci fu l’attentato, 20 anni fa esatti, ero proprio qui a Firenze, sul palco del Teatro della Pergola, in scena con Mariano Rigillo nel Misantropo di Moliere. E ora, scrivo da quegli stessi luoghi, che non possono non ricordarmi ancora di più quei 19 italiani e 9 iracheni falciati da un camion bomba.

Quel 12 novembre l’attentato terroristico prese di mira una delle forze che più si impegnavano per una composizione pacifica del dopo-Saddam. Com’è sempre nella logica di chi cerca di aizzare una guerra civile. Durante l’attacco, un camion-bomba guidato da un attentatore suicida si è schiantato contro la sede dell’Italian Joint Forces Headquarters, una base logistica in cui erano presenti soldati italiani, statunitensi e iracheni.

L’esplosione ha causato la morte di 28 persone, tra cui dodici carabinieri, cinque soldati dell’Esercito e due civili, oltre a 9 iracheni. Oltre a ciò, rimasero feriti altri 20 italiani: 15 carabinieri, quattro soldati e un civile, molti dei quali gravemente.

Questa strage è stata uno dei peggiori attacchi contro le forze italiane durante l’operazione Iraqi Freedom e ha suscitato un’enorme ondata di shock e dolore sia in Italia che all’estero.

Le indagini successive hanno identificato l’attentatore come un miliziano islamista affiliato ad Al-Qaeda, Abū ʿOmar al-Kurdī, reo confesso dell’organizzazione dell’attentato. Il suo obiettivo era colpire la presenza straniera in Iraq e infliggere un duro colpo alle forze della coalizione americana.

La strage ebbe un codazzo di polemiche tutte italiane che bruciano quasi quanto quei morti: le manifestazioni in piazza con gli slogan “10, 100, 1000 Nassirya” o i politici che ridacchiavano durante la funzione religiosa per i caduti, a cui partecipavano di prammatica, non certo per sincero patriottismo. Queste sono lezioni che non dobbiamo dimenticare, per continuare a tener ferma la barra del timone di un’esistenza con un minimo di moralità. Per rispetto a quei morti di Nassirya che non abbiamo mai dimenticato.

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2 Commenti

  1. Quella fu una guerra per leccare i fondelli americani. Una guerra basata su una menzogna ad arte, ovvero le armi di distruzione di massa che Saddam Hussein neanche possedeva. Avete ridotto un Paese sul lastrico solo per l’egoismo degli americani e gli italiani, popolo di servi e vigliacchi, hanno preso parte a questo crimine. Mi dispiace per le vittime del 12 novembre di 20 anni fa, ma non dimentichiamoci dei milioni di vittime irachene voluta da quegli anticristi americani!

  2. Quella che qui viene presentata come una “composizione pacifica” del dopo-Saddam, per il popolo iracheno era invece una parte delle forze d’occupazione, ai quali nessuno aveva chiesto di entrare in Iraq.
    Quindi siamo sempre alla stessa storia, per gli uni sono terroristi, mentre per gli altri sono dei partigiani.
    La realtà però, è che l’Italia si schierò dalla parte sbagliata della storia, e che fu partecipe, (e lo è ancora come forza NATO presente in Iraq), contro il diritto internazionale, inquanto prese parte alla forza di occupazione che avvenne dopo l’invasione.
    Se proprio si pensa che si trattò di terrorismo, perché non si denuncia alla corte penale internazionale il caso?

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