Se una nazione non crede nel proprio avvenire

Nulla è più deleterio per una Nazione quanto l’indifferenza nei confronti del proprio sistema di istruzione. L’educazione pubblica, nelle sue varie articolazioni, è infatti lo strumento attraverso il quale un paese progetta sé stesso, si proietta nel futuro, modella il propria avvenire, si dà un’identità, mostra di avere piena autocoscienza di sé. Investendo nelle proprie agenzie educative, un popolo scommette su sé stesso e su ciò che potrà realizzare un giorno grazie alle nuove generazioni.

E’ attraverso l’educazione nel suo complesso, per mezzo della trasmissione della sua Storia e dei suoi saperi, in ogni campo, che una compagine umana dimostra di riconoscersi come Comunità di destino, impegnata a salvaguardare sé stessa e a promuoversi, confrontandosi competitivamente con il mondo che la circonda, fiduciosa nella vitalità della sua Tradizione.

Di più. Nello Stato moderno la Pubblica Istruzione è stata intesa, nei momenti migliori, come cura dell’infanzia, esaltazione intellettuale e fisica della gioventù e, nella sua dimensione accademica, come centro spirituale propulsore della vita della Nazione e, a monte di questo sforzo collettivo, c’era sempre un paradigma filosofico, etico e pratico, un modello di riferimento, in base al quale definire una didattica e, di conseguenza, il ruolo del paese nel mondo e nella Storia.

Non a caso i principali Ministri della Pubblica Istruzione della storia unitaria italiana furono quelli che, al di là della condivisione o meno delle loro idee, vengono da tutti considerati i nostri due maggiori filosofi del Novecento, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, a conferma dell’importanza tributata dalle classi dirigenti passate a questo ambito.

Non solo una questione di risorse, dunque. Ma soprattutto di buone e robuste idee da mettere al servizio dell’avvenire del paese.

Tanto più preoccupante, quindi, appare l’atteggiamento sciatto e superficiale che l’Italia e la politica nazionale riservano ormai da decenni a istruzione e ricerca.

La prima mazzata arrivò col Sessantotto che, mettendo in discussione gerarchie e contenuti, disarticolò l’impalcatura del nostro sistema educativo. Ma ciò che è venuto dopo è stato anche peggio: sebbene ideologici e velleitari, i contestatori si sforzavano di proporre modelli alternativi. I loro epigoni hanno finito invece prima per intendere la scuola e l’università come un ufficio di collocamento per prestatori d’opera intellettuale più o meno precari, concependo queste istituzioni non in funzione dei discenti, ma del potenziale salario disponibile per gli aspiranti docenti (o presunti tali). Ai giorni nostri, infine, venuta ormai a mancare la larghezza di risorse, ogni interesse è venuto meno, salvo utilizzare le aule scolastiche come laboratori dove sperimentare ogni genere di assurdità pedagogica o, peggio, le nuove frontiere delle ideologie gender.

Il tutto senza un progetto organico di ciò che significhi essere italiano (o europeo) oggi e dunque di didattica.

Sgomenti di fronte alla definitiva scomparsa della scuola e dell’istruzione dal dibattito e, soprattutto, dall’azione politica del governo e del parlamento, indignati dall’ulteriore diminuzione delle risorse destinate al settore dall’ultima Legge di bilancio, preoccupati dallo scarso numero di laureati del nostro paese rispetto alle altre nazioni avanzate e dall’alto numero di abbandoni nella scuola superiore, al concetto di educare abbiamo dedicato il secondo numero del nostro mensile, con l’auspicio che esso diventi il principale impegno da realizzare per quanti, con la loro iniziativa pubblica, lavorano affinchè l’Italia diventi non solo un paese sovrano, ma anche civile e consapevole della sua missione nel mondo.



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