Nel silenzio di Papa Benedetto XVI il mistero di Dio

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Il servo di Dio Papa Benedetto XVI ha voluto ascendere alla gloria celeste proprio in quello che per la liturgia è il tempo della manifestazione del Signore. Quando si canta il “meraviglioso scambio” tra l’umanità e la divinità, tra il seno di Maria e suo figlio, che è il Figlio di Dio.

Joseph Ratzinger, di cui, non senza un po’ di enfasi, si decantano le vette del pensiero teologico, fu, nel vigore intellettuale della giovinezza, un grande difensore della necessità che la Chiesa si facesse capace di dire mistero di Cristo nell’era contemporanea.

L’arcivescovo di Monaco, all’inizio del Concilio Vaticano II, lo portò con sé a Roma e il giovane teologo volle contribuire alla riflessione, tanto che numerosi documenti debbono molto al suo pensiero e alla sua penna. La sfida era riesprimere il mistero della Rivelazione a un mondo – gli anni ‘60 del Novecento – che si permetteva di guardare con sufficienza a quello che sembrava un modello ecclesiale un po’ démodé. In effetti la Santa Sede ancora rivestiva le strutture esterne visibili della corte rinascimentale, mentre ovunque si decantavano i progressi della scienza, degli studi moderni, della fisica, dell’astrofisica, della biologia, ma poi delle scienze dell’uomo, della sociologia, della psicologia. La Chiesa cominciava a sentire che si puntava il dito contro di lei e un latinorum che sembrava fuori luogo.

Ratzinger entrò subito, coraggioso, in questa sfida. Invitò a notare come la Rivelazione, i sacramenti, la liturgia, il mistero della Chiesa, la gerarchia, il magistero, le opere della carità, il dialogo con il mondo, con le religioni del mondo, con le confessioni cristiane non cattoliche, abbiano bisogno che si coltivino intelligenza e cultura, che ci si doti di forme, espressioni, mediazioni, linguaggi profondamente incarnati. Altrimenti tutto volerebbe sopra la testa dell’uomo e non intercetterebbe la sua verità.

Così scriveva: “Dove la parola di Dio viene tradotta in parola di uomini, rimane un sovrappiù di non detto e non dicibile, che ci invita a un silenzio che fa diventare l’invisibile un canto e chiama in aiuto le voci del cosmo affinché l’indicibile diventi udibile.”

Dopo il lunghissimo, interminabile pontificato di Giovanni Paolo II, ricevendo da san Paolo VI il Concilio Vaticano II e la sua prima applicazione, prima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come vescovo di Roma, pontefice massimo, Ratzinger ha portato un peso immenso. Troppo sbrigativamente lo si vorrebbe etichettare come un restauratore. È stato, in realtà, una guida sicura perché l’agire della Chiesa non cedesse ora a incarnazionismi alla buona, ora a fughe e derive spiritualistiche rivestite di apparente devozione.

Fin dall’inizio del pontificato, ha dovuto difendersi dalla dittatura delle interpretazioni conciliari, divenute un modo di pensare più dogmatico del dogma. Proprio lui, che al Concilio aveva dato un contributo così imponente. Nascosta nella sua teologia, pulsa una questione fondamentale: il tentativo di mostrare che l’umana dimensione della vita della Chiesa, le realtà in cui si esprime il suo operare, come il roveto ardente che brucia intatto, portano verginalmente il mistero di Dio. Che quella carne, necessaria, imprescindibile, sta sempre insieme al Cielo, pena lo svilimento del cristianesimo.

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