Sgarbi: “Nella memoria che sa rinnovarsi è il destino dei luoghi”

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Il destino di un borgo è nella sua mutevole permanenza nella storia e nella memoria rinnovandosi senza perdersi. Alcuni luoghi passano e muoiono, nell’indifferenza. Dal Piemonte alla Sicilia, una parte della Italia rurale, che conservava il senso profondo del nostro Paese, si è svuotata. Una costellazione di piccoli comuni, dal 1971 al 2015, hanno perso più della metà dei loro residenti. Sconsolante esodo. Resistere è difficile, ma è necessario per non essere tagliati fuori dal tempo per colpa delle brutture di Stato, degli eccessi e degli inutili ritardi della burocrazia, di un mondo che si espande fino a strapparsi, rendendosi indistinguibile, nei comportamenti, nei gusti, nelle mode, nella superficialità della peggior mentalità di provincia. Helsinki può apparire come Londra, che può assomigliare a Palermo o a San Francisco o a Bucarest, nei suoi moderni profili urbani, coi suoi Starbucks, i Mc Donald’s, con le grandi catene di negozi che ormai condizionano la nostra quotidianità in una progressiva reductio ad profittum. Da quei non luoghi pare che si scriva, oggi, il destino di una città, come se nella vita di ogni giorno, la bellezza millenaria, monumentale, il patrimonio artistico, eredità comune, siano entità separate rispetto alla vita profonda e alla tradizione della città stessa, in favore di uno sterile turismo di massa che appare, il più delle volte, uno stupro. I veri borghi italiani devono elaborare una resistenza, mentre si assottiglia il tempo della meditazione, della coltivazione di sé stessi, perché non si spenga la durata interiore delle nostre profondità. I borghi sono l’angulus ridet oraziano in cui si può ancora essere felici. I borghi sono la salvezza dell’anima, eterno ritorno, evocazione che Cesare Pavese offre nella sua purezza: “Io ce l’avevo nella memoria tutto quanto, ero io stesso il mio paese: bastava che chiudessi gli occhi e mi raccogliessi… per sentire che il mio sangue, le mie ossa, il mio respiro, tutto era fatto di quella sostanza e oltre me e quella terra non esisteva nulla”. I borghi sono la vita dell’Italia nascosta, come persegue l’associazione de “I borghi più belli d’Italia”, di cui Sutri, orgogliosamente, grazie al mio impegno, fa parte da qualche mese. Nella remota e assoluta Sutri, non ho fatto altro che rievocare la sua storia in un eterno (e percepito) presente – che corre dagli etruschi, ai romani, passando per i longobardi e il Patrimunium Sancti Petri, che ha aperto la strada al potere temporale della Chiesa – superando le infantili schermaglie della politica locale, limitate al tempo della loro inconsistenza. Ho proseguito la via illuminata di Joseph Bernard Doebbing, vescovo di Sutri dal 1900 al 1916, a cui, con l’approvazione di monsignor Romano Rossi, titolare della diocesi di Civita Castellana, ho deciso di intitolare il museo cittadino, che nelle sue prime tre stagioni espositive ha ospitato opere di alcuni tra i più grandi maestri della storia dell’arte, come il Doganiere Rousseau, Giuseppe Pelizza da Volpedo, Tiziano, Scipione Pulzone, il barone Von Gloeden, Ligabue Rosai, Guttuso, Francis Bacon, e, quest’ anno, Giotto, Gherardo delle notti, Catel; e che in soli due anni è stato visitato da oltre 22mila persone. Sto riconducendo Sutri, centro di settemila abitanti nella Tuscia viterbese, insieme alla mia amministrazione, dentro una visione più ampia del suo destino, affinché essa possa lasciare un segno nella storia come principio di sopravvivenza. A Sutri la Bellezza diventa ricchezza, anzitutto amplificando il nome e l’immagine della città. Tutto, oggi, è quello che si comunica. Ogni borgo d’Italia testimonia la Bellezza, ma, nell’anonimato, sarà una Bellezza mutilata. Sutri, da due anni, è al centro delle cronache nazionali, nelle notizie e negli approfondimenti dei principali giornali e televisioni nazionali e internazionali. Il museo di Palazzo Doebbing ospita anche una collezione permanente, mentre nuove titolazioni di vie ricordano Petrarca, Ariosto, Pasolini, Sciascia, Bufalino, Evola, Croce, Vittorio Strada, Federico Zeri, per ricordarne alcuni, che hanno garantito la presenza in città di importanti personalità della cultura e delle istituzione italiane. Quest’anno la stagione teatrale e culturale “Sarturnalia sutrina” ha condotto in città il premio Strega Sandro Veronesi, il premio Campiello Remo Rampino e tanti altri nomi notevoli della letteratura contemporanea, e molte altre iniziative hanno permesso all’Antichissima Città di diventare punto di riferimento della cultura italiana, superando ogni perversa mentalità volta solo a conservare il meschino consenso locale, mentre tutto intorno muore, lentamente. Riscoperta dell’identità, certo, e anche passione, visione, esperienza, comunicazione. Il destino di un borgo è nella sua capacità di continuare a lasciare un segno nella storia, rinnovandosi in questo atto. Un atto d’amore e d’ingegno. E di pazienza.

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4 Commenti

  1. Ottimo Sgarbi, ha ragione!: stiamo buttando irrimediabilmente secoli di storia , di ricordi, di Cultura ,per appiattirci sotto il nulla globalizzato che qualcuno ci impone senza mezzi termini. Parliamo di Civita di Bagnoregio? ….un sogno bellissimo!

  2. Milano ha pochissimi edifici storici come il Palazzo della Ragione/Broletto, ora valorizzato dalla presenza “McDonald’s”. Oltre all’inquinamento olfattivo da cottura di alimenti, anche quello oceanico di residui di cibo e di cartacce sui tavolacci e sulla pavimentazione.

  3. Un piccolo paese, dove la nostra vita ci accomuna. Ci incontriamo al mattino, nel pomeriggio e alla sera, per raccontarci insieme la giornata trascorsa. Tante le battute e le risate. Il giorno dopo si ricomincia. È la vita del paese che corre e scorre, tra allegria e divertimento il tempo passa e con noi la storia che ci unisce.

  4. http://www.paugemportasud.it dove il carrozzone politico cementificatorio ora in mano al compare palazzinaro degli ambientalisti rosso verdi obnubilano disconoscendola ed occultandola, anche grazie al giornalismo velinaro, la storia, il paesaggio e l’anima civico culturale di un luogo intessuto d’acque e campagna che si era miracolosamente preservata dall’espansione edilizia incontrollata. Qui vince un’altra retorica del progressismo futuroide e della rigenerazione urbana, anche se nei numeri è dimostratamente il contrario ma non tutti hanno lo stesso supporto comunicativo, ed ora pure lo sciacallaggio rinascimentoso postepidemico coi palazzoni del futuro decorati di alberelli affidati agli ambientalisti ideologici e schierati, omertosi quando serve.

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