Niscemi, fare di una tragedia un’occasione

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Le immagini riprese dai droni a Niscemi fanno semplicemente paura. Il primo pensiero è di solidarietà: immaginare chi aveva una casa, dei mezzi di lavoro, il frutto di sacrifici di una vita, spesso di generazioni intere, tutto polverizzato.

L’Italia è così: un paese bello e fragilissimo. Lo sappiamo bene, visto che CulturaIdentità nasce nella città-simbolo di questa fragilità, Civita di Bagnoregio. Perché, certamente, a volte è l’uomo che ci mette del suo, come quando si costruisce nel greto dei torrenti o si tombano i fiumi. Ma altre volte è semplicemente che questo è il paese che ci è dato in sorte: è il più bello del mondo ma non è il paradiso terrestre, ha le sue fregature. Fra queste c’è la sua fragilità idrogeologica. Che non è colpa di nessuno, anche perché luoghi perfettamente solidi possono diventare pericolosi perché il mondo cambia, e non cambia, a volte, per responsabilità di qualcuno. Cambia e basta.

Questa premessa per dire che le polemiche – inevitabili – su eventuali “responsabilità” non rientrano nell’argomento di questo articolo.

Piuttosto l’italiano intelligente deve guardare avanti e trovare soluzioni preventive.

L’intelligenza del nostro popolo è indiscutibile (e non è necessario prendere la mappa del Quoziente Intellettivo a livello mondiale che colora l’Italia di un bel blu “QI superiore a 100”) e l’abbiamo dimostrato nella storia. Basti uno per tutti il caso di Venezia, che ha fatto di un ambiente pittoresco ma non esattamente “accogliente” la sua forza e perfino la sua carta vincente a livello strategico per secoli. Le soluzioni ingegneristiche escogitate dai veneziani fin dal VI secolo d.C. sono un capolavoro di gestione dell’ambiente. E – si badi – un capolavoro di gestione che è anche un capolavoro estetico, tanto che Venezia è universalmente considerata un tesoro artistico dell’umanità intera.

Ed ecco dunque dove vogliamo arrivare.

“Mettere in sicurezza” il paese – ovvero corpo e beni degli italiani come privati e come popolo – deve essere declinato con intelligenza. Salvare con ogni mezzo ciò che vale la pena di salvare, ricostruire ex novo il resto.

Immaginiamo per un attimo la situazione: in Italia il 90% del patrimonio immobiliare è stato edificato nel dopoguerra. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di edifici insignificanti dal punto di vista estetico, se non definitivamente brutti e in ogni caso del tutto decontestualizzati rispetto alla tradizione architettonica italiana. Sono tutti costruiti in cemento armato, cemento che inizia ad avere i suoi annetti sulle spalle. E noi non sappiamo quale sia l’effettiva durata nel tempo del cemento armato. Di sicuro non è eterno come la pietra delle Piramidi.

Negli altri paesi europei è già in corso una new wave di architettura neo-tradizionale: proporzioni classiche, edifici ornati e a misura d’uomo, materiali tipici (laterizio, intonaco, legno; cemento, metallo e vetro dove serve, niente plastica), nessuna leziosità da archistar.

In Italia abbiamo alcuni esponenti di questa corrente, come Ettore Maria Mazzola (docente all’università di Notre Dame a Roma) o Gabriele Tagliaventi (docente a Ferrara), i cui progetti fanno rivivere letteralmente nella pietra e nel mattone le città-giardino di fine Ottocento, primi del Novecento. Quelle città che i pittori di tutta Europa venivano a dipingere con gli occhi sognanti. Oggi nessuno verrebbe a fare un acquerello del Corviale o della chiesa di Foligno griffata Fuksas che sembra uscita da un videogioco sparatutto coi mostri.

Con un territorio in cui interi quartieri e paesi sono a rischio idrogeologico e sismico – da Niscemi a Genova, da Pozzuoli alle pendici del Vesuvio… – abbiamo l’opportunità di iniziare a ricostruire con una proporzione mai vista nella storia, ma in direzione di un rinnovamento architettonico nel segno della tradizione.

Mentre si puntellano chiese, palazzi e monumenti del passato, il nuovo può essere progressivamente abbandonato e ricostruito: quartieri fioriti come muffa nel dopoguerra – senza piazze, senza strade, senza servizi, senza verde… – possono essere riprogettati come città-giardino. Forme eleganti, materiali della tradizione, piazze per la vita sociale con la chiesa, la scuola e il mercato, giardini pubblici e privati, gli spazi per le auto (perché sì, in un paese come il nostro l’automobile privata è irrinunciabile) separati da quelli per la vita a piedi… Gli studi di Mazzola e Tagliaventi e dei loro allievi traboccano di progetti urbanistici come questi, in attesa che qualche amministratore pubblico italiano prenda coraggio e la pianti di ingrassare i conti correnti delle archistar che riempiono di plastica e strutture dagli angoli blasfemi e dalle simmetrie abominevoli le nostre città.

In questo momento Mazzola, per esempio, sta lavorando a ben quattro “quartieri” di Doha, in Qatar, di cui il Fareej Al-Khulaifat è il progetto pilota, con le tradizionali case a corte con peristilio e giardino. Un progetto da assai decine di milioni di euro. Quando sarà terminato, sembrerà di stare nella Palermo dei Florio, fra villini liberty e neomedievali, (quelli che noi abbiamo distrutto col Sacco di Palermo nel dopoguerra…) porticati per camminare all’ombra, logge e giardini interni per godere il fresco. Come nelle città sognate da Leonardo Da Vinci, le strade per i pedoni saranno separate da quelle per le auto e il quartiere è vivibile a piedi ma perfettamente integrato col traffico privato e ogni casa sarà servita da strade pedonali e carrabili, esattamente come a Venezia ogni casa è servita da un calle e da un canale. Come nella Zisa araba di Palermo, case, negozi e strade avranno sistemi di aereazione a tiraggio naturale, i “badghir” (torri del vento): aria condizionata gratuita. La tecnologia sarà presente ma discreta, i materiali tutti in linea con la tradizione edilizia arabo-mediterranea.

In Italia stentiamo invece ad abbracciare questa nuova ondata architettonica. Realtà come la piazza del Borgo Città Nuova di Alessandria di Tagliaventi sono mosche bianche. Casi di ricostruzione egregia, come le Città Identitarie dell’Aquila e Norcia, dove si è resistito alle sirene del modernismo per rialzare pietra su pietra – “com’era, dov’era” – le magnificenti cattedrali antiche colpite dai terremoti, sono ancora – per l’appunto, casi.

La terribile sorte di Niscemi dovrebbe essere una tromba di chiamata alle armi per le intelligenze degli italiani. Il lavoro c’è ed è immane. Abbiamo speso miliardi per ricoprire di polistirolo edifici che andavano abbandonati al piccone risanatore. Non si piange sul latte versato, ma si impara dagli errori e non si ripetono: ora è giunto il momento di ridare all’Italia il suo bel volto del passato, ricostruire l’Italia all’italiana, approfittando della lotta per domare la natura del nostro territorio, che sarà anche meraviglioso, ma ha bisogno di un polso di ferro. È ora di tirarlo fuori.

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