Quando l’Armata Rossa fece banchetto di una popolazione inerme

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Nell’aprile del 1945 Berlino era una città coperta di rovine. Rovine di dogmi, di credenze, di società. In cui il caos e la violenza si trasformavano come in una peste dello spirito. Che faceva prigionieri i berlinesi in una barbara epidemia, che ai contagi sostituiva i bombardamenti, agli untori, gli stupratori delle truppe sovietiche. Una peste che aveva disgregato un popolo, trasformandolo in una sommatoria di individui, che tra i relitti delle case e la caduta del terzo Reich, si inabissava retrospettivamente nella storia. Sprofondando in un mondo in cui la tecnica, le convinzioni sociali, le ideologie diventavano obsolete, superando il medioevo, l’era antica dello stato di natura, per rinchiudersi nelle caverne di cemento delle case brandeburghesi, come contemporanei uomini primitivi. In un mondo che diventava sempre meno brutale e sempre più selvaggio. In questa città kaputt, in rovina, vittima del terrore, dei bombardamenti e delle violenze, si svolge un diario straziante e scioccante: ”Una donna a Berlino”(ITALIA STORICA).

Diario della “più che anonima” Marta Hillers che, tra l’aprile e il giugno del 1945, decide di trascrivere una “cronaca iniziata il giorno in cui Berlino, per la prima volta, guardò la battaglia negli occhi”. Una cronaca che si fa il viaggio al termine della WW2, una discesa infernale nella fame, nella violenza, nell’umiliazione di una donna a cui non rimaneva nessun patrimonio oltre alla sua sopravvivenza. La Hillers, che pubblicò il suo libro da Anonima negli anni 50, inizia il suo racconto quando la guerra sembra ancora un presagio, che si avvicina in marcia verso la capitale tedesca, come un tambureggiare continuo, un fragore che calpesta i nomi brandeburghesi delle città conquistate. Un “cerchio di fuoco” che si restringe man mano che passano i giorni, affacciandosi alle porte delle rovine annerite della Berliner Strasse. All’arrivo delle truppe alleate la vita della cronista e degli abitanti del condominio in cui è rinchiusa si trasforma in una distorsione nera. La fame e la miseria entrano in quel mondo degradato e immiserito, in cui i condomini si aggrappano gli uni agli altri, in cui le donne sentono più opprimente la vulnerabilità e l’impotenza di quella condizione di quarantena militare. Una quarantena rotta dalle irruzioni dei soldati dell’Armata Rossa, che, come accadde con le marocchinate, fecero banchetto della popolazione inerme. Stuprando l’anonima, che invano aveva cercato di proteggere un’altra condomina. Una violenza che sarà l’inizio di tante altre, di una catena di soprusi, di stupri. Una testimonianza di una condizione femminile, calpestata, degradata, ridotta a bottino di guerra, a capriccio per luogotenenti. Arrivando a consegnarsi agli ufficiali sovietici ed ucraini affinchè “un lupo allontani e ci protegga da tutto il branco”. Uno stratagemma che molte volte non ha protetto le giovani berlinesi, costrette ad umiliarsi, a soffrire. A sentire la propria pelle marcia di quel contatto, estranea, malata. Vittime di ferite che anche quando si rimarginavano continuavano a sanguinare a farle soffrire. Di un dolore incomunicabile, che non poteva essere raccontato finita la guerra, che non poteva essere spiegato ai propri amati, che le avrebbero viste, come Gerd nei confronti dell’anonima, “prive di misura e pudore come cagne”. Dovendo sopprimere la loro vita interiore per poter sanare i propri stimoli, i propri bisogni. Una guerra atroce e bestiale, una discesa infernale in una pestilenza della storia, incomprensibile, che nelle pagine di “Una donna a Berlino”, diventa l’assurdo, l’orrore, l’ingiustizia di una forza cieca e priva di senso. La guerra di Marta Hillers, celinianamente, diventava tutto quello che non si capiva, tutto quello che ancora non si riesce a spiegare.

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