Quel brianzolo che rifiutò l’Impero…

0
Dedica a Giove da parte del guardaboschi di Verginio Rufo, rinvenuta a Besana Brianza

ABBONATI A CULTURAIDENTITA’

Forse non tutti sanno che Alzate, piccolo comune brianzolo sito fra il lago di Montorfano e quello di Alserio, circa 2000 anni fa diede i natali ad una illustre personalità dell’alto impero romano.

Alzate, ai tempi della Roma del I secolo d.C., era un piccolo borgo, e iscrizioni e ritrovamenti archeologici hanno permesso di individuare in quest’area la diffusione del culto di Minerva. Eppure, nonostante le piccole dimensioni del luogo, qui nacque Lucio Verginio Rufo, il generale che non volle farsi imperatore.

Rufo (nome che potrebbe indicare il fatto che la sua capigliatura fosse di colore rossastro, dal latino ‘ruber’, rosso), proveniva da una famiglia equestre e nel corso della sua carriera si mise subito in luce come amministratore delle finanze di una città d’Asia, Smyrna, fino a diventare prima senatore e infine console nel 63 d.C., magistratura che fu il preludio di un incarico militare di altissimo rilievo: il comando delle legioni di Germania nell’area del Reno superiore. Proprio nello svolgimento di questo incarico, nel 68 d.C. dovette far fronte alla rivolta innescata dal notabile gallico Gaio Giulio Vindice, originario d’Aquitania, che aveva visto nel governatore di Spagna, Servio Sulpicio Galba, un degno imperatore da sostituire al citaredico Nerone.

Non sono molto chiari i fatti che portarono alla battaglia fra l’esercito guidato da Rufo e quello composto dai rivoltosi: sembra infatti che Rufo stesse per assediare con le proprie legioni l’odierna città di Besançon (Vesontio), che aveva rifiutato di aprirgli le porte. Nel mentre Vindice, con il proprio esercito, sembra stesse per colpirlo dalle spalle, quando i due giunsero piuttosto ad un accordo che prevedeva l’eliminazione di Nerone. Probabilmente però fra i soldati vi fu qualche malinteso, tanto che i legionari di Rufo, pensando che i rivoltosi stessero avvicinandosi per muovere battaglia, partirono all’attacco facendone strage. Vindice, ormai sconfitto, si diede la morte. L’esercito acclamò a gran voce Rufo imperatore, ma questi rifiutò, decidendo che si sarebbe attenuto alle decisioni del senato in materia di elezioni al soglio imperiale.

Il 68/69 d.C. passò nella storiografia con la denominazione di ‘annus horribilis’ a causa delle lotte interne e della successione di ben 4 imperatori: morto Nerone, dopo Galba vi fu Otone, poi Vitellio e infine Vespasiano. La propria fedeltà al senato, il fatto che Otone l’avesse promosso console nuovamente e un’ulteriore acclamazione imperatoria (rifiutata dal generale) dopo la morte di Otone resero Rufo sospetto agli occhi di Vespasiano, vincitore della guerra civile. Fu così che il generale decise di ritirarsi a vita privata, dedicandosi probabilmente alla poesia, presso l’attuale Ladispoli.

Nel 96 d.C. l’ultimo discendente di Vespasiano, Domiziano, venne assassinato, e il senato nominò imperatore Nerva, il quale, per attirarsi le simpatie dell’esercito, decise di scegliere come collega nel consolato proprio l’apprezzato Rufo. Sembra che nel momento in cui il generale brianzolo si accingeva a tenere il suo primo discorso nella nuova veste consolare sia scivolato fratturandosi l’anca. Data l’età, più di 80 anni, la frattura risultò, a distanza di mesi, fatale. Recitò il suo discorso funebre Tacito, famoso storico romano, che gli subentrò nel ruolo di console, e conosciamo l’epitaffio che Rufo scrisse da sé: “Qui giace Rufo, che, sconfitto Vindice, liberò il potere imperiale non per sé, ma per la patria”.

La sua fama, però, doveva essere grande già prima della morte, tanto che Plinio il Giovane, nei suoi scritti, affermava che “per trent’anni dopo la sua ora di gloria egli visse leggendo di sé nella storia e nella poesia, cosicché fu testimone vivente della sua futura gloria“. Plinio doveva conoscere bene Rufo: dopo la morte del padre del giovane, infatti, Rufo aveva accettato l’incarico di tutore di Plinio, per il quale Rufo rimase sempre un grande esempio a cui tendere. Così come Plinio, anche Rufo possedeva terreni in Brianza, come ricorda una dedica rinvenuta a Besana di un suo guardaboschi che ringraziò Giove per la vittoria e la salvezza del suo padrone in merito ai fatti del 68 d.C..

Il legame fra i due, inoltre, è ben testimoniato dal fatto che la villa di Rufo a Ladispoli venne ereditata da Plinio, che la affidò alla suocera: circa 9 anni dopo la morte del generale, visitando quella tenuta, Plinio si lamentò non poco del fatto che la tomba di un tale uomo, originario dei nostri territori, fosse ancora incompleta.

ABBONATI A CULTURAIDENTITA’

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui