Quelli che in Italia vogliono imporre la cancel culture

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Di SIG SG 510 - Opera propria, CC0

Il video con il quale Saverio Tommasi ha spalancato anche in Italia la finestra di Overton che apre n Italia la campagna per la cancel culture contro i monumenti, ha una fallacia logica e contiene una serie di menzogne.

La fallacia logica è che persone che appartengono a questo secolo e a questa epoca si possano permettere di giudicare le epoche e i secoli passati. Un giudizio che passa attraverso una serie di svarioni storici, come definire il monumento dei Quattro Mori a Livorno un “monumento schiavista”, quando, a ben vedere, esso rappresenta il trionfo del Granduca proprio su quattro pirati barbareschi, loro sì impegnati nel traffico di schiavi razziati sulle coste italiane e venduti nei serragli del Nordafrica e di Costantinopoli. E potremmo andare avanti su Umberto I o altri personaggi citati, come Indro Montanelli, accusato di essersi unito nel 1935 in matrimonio con un’eritrea quattordicenne, secondo l’usanza locale del “madamato”.

Se le premesse per “condannare” un monumento sono queste, figurarsi il resto. Ma soprattutto deve essere ben chiaro un fatto: è il passato che giudica il presente, non è il presente che giudica il passato.

La menzogna che contiene è che “non si vuole buttare giù i monumenti”, ci si limita a “risemantizzarli”. In pratica si appone una targa in cui si dice che il monumento in questione è osceno, brutto e offensivo. È una certificazione della sua malvagità. Una lettera scarlatta: anziché la “A” di “adultera”, la “O” di offensivo.

Una strategia che, come spiego, insieme a Enrico Petrucci, in “Cancel Culture. L’arma di distruzione (culturale) di massa che il wokeismo ha scagliato contro la civiltà occidentale”, appena uscito per i tipi di Signs Publishing, abbiamo visto in azione mille volte negli Stati Uniti, in Spagna, in Ucraina, in altri paesi dove la cancel culture è già un fenomeno avanzato: la risemantizzazione delle statue, dei monumenti degli spazi pubblici, non è altro che la fase preliminare che porterà inevitabilmente alla distruzione di quel monumento. Si comincia con una targa posta sul basamento di una statua e si finisce con quel monumento in fonderia.

Quindi quella che sta spalancando Saverio Tommasi, non è altro che una finestra di Overton per rendere accettabile anche in Italia, paese che ha fatto della difesa del suo immenso patrimonio culturale la sua bandiera, quello che è finora inaccettabile: l’idea stessa che un monumento possa essere abbattuto.

Dopo aver dichiarato un monumento secolare come “offensivo”, si ritorna alla carica chiedendone la modifica, la copertura o – alla fine – la rimozione. Ribadisco: storia già vista in mille e mille casi.

Gli amministratori pubblici che hanno a cuore il patrimonio storico della loro città si debbono guardare dal cedere anche solo un centimetro a queste follie. In particolare, evitare la trappola mentale secondo cui sarebbero in fin dei conti dei “contentini” dati a dei rumorosi protestari. È esattamente il contrario: se fossero cose da nulla, “contentini”, non si spenderebbero tanto per ottenerli.

Vie è infine un terzo elemento che merita d’essere evidenziato: spesso i sostenitori della cancel culture affermano che “nel passato ci si è sempre riappropriati degli spazi pubblici”. Una mezza verità. L’altra metà è che ciò di solito avveniva al culmine di rivoluzioni, al termine di una guerra civile o come trionfo del vincitore sullo sconfitto in un’invasione. Ma l’Italia vive in pace da oltre 80 anni. Non c’è alcuna guerra civile, non c’è un’invasione o una rivoluzione. Pretendere dunque che una minoranza possa decidere che ciò che è caro alla stragrande maggioranza del popolo venga spedito in fonderia perché “offensivo” non è altro che un atteggiamento da guerra civile.

Si vuole dire che una minoranza rumorosa tratta il resto della popolazione da sconfitta, vuole calpestarla e distruggere ciò che rappresenta la sua identità, tradizione, radice.

I Romani avevano un termine per chi violava la pace quando le porte del tempio di Giano erano chiuse: empio.

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