Reportage su Amatrice: l’autenticità semplice e diretta

Reportage su Amatrice: l’autenticità semplice e diretta

C’è un filo rosso che lega le vicende de L’Aquila a quelle di Amatrice, ma si spezza per la strada, quando alle curve si aggiunge il terriccio rugoso ed imperfetto di un asfalto dimenticato, percorso per caso o per forza.
Si presenta così Amatrice, ancor prima di rivelarsi ai nostri occhi: non ci sono che poche macchine che si incrociano tra quel dimenticato via vai di montagna.
C’è un cartello che definisce il paesino “Città degli Italiani”, è il tentativo estremo di dare un colore diverso all’atmosfera del posto, mentre in una piccola piazzetta c’è ancora il vecchio macchinario delle strisce blu che stampava biglietti quando era ancora attivo, ma non ci sono più molti parcheggi occupati attorno.
Così, a guardarla, si ripete il destino che alcuni anni prima aveva riguardato i paesi del cratere aquilano: fabbricati eretti per coprire le mancanze, attorno alle macerie di ciò che c’era prima, di chi si era prima.
Un fabbricato in particolare è posto al centro di questo labirinto di cartone: è quello di una Chiesa, il collante di identità e religiosità che si stabilisce in un luogo dove il campanile non è più un punto di riferimento.
E’ così silenziosa Amatrice concentrata su questi punti, ma per quanto fragile e mutilata è come se venisse protetta, almeno nella sua più autentica radice, dalle montagne che sono come basiliche imponenti contro cui il paese si richiude.
A spezzare il rumore del vento contro l’erba e i mattoni a terra sono le chiacchiere flebili di chi abita ancora nei luoghi.
Ad uno del posto chiediamo, interrompendo il discorso con i suoi colleghi, dove sia Amatrice.
Ci risponde bonario, ha il tono di uno a cui questa domanda deve essere stata posta molte volte: il suo accento è abruzzese ma poi laziale, cerchiamo di ricondurre nelle sue espressioni la somiglianza coi tanti uomini che ci hanno parlato dei loro luoghi scomparsi.
“Amatrice non c’è più, signorì”, si guarda attorno per concentrasi, forse, sui fantasmi degli edifici che non ci sono più, “Che Amatrice volete vedere? Amatrice non esiste più.”
Amatrice non c’è più per quell’uomo amatriciano, non è più percepita.
Eppure quanto diversa è la percezione di chi viene da fuori, con le TV e le radio che ci raccontano un’altra storia, rispondendo fedeli al cartello posto all’entrata del paese: “Amatrice città degli Italiani”.
Ci allontaniamo da lui e proseguiamo verso la zona del paese meno silenziosa, tanto è vero la guardi e pensi che quell’uomo forse è stato un bugiardo: c’è un bel campo sportivo con tanti bambini e adolescenti che vivono quell’ambiente con grande speranza.
Qualche ragazzino porta la sua bici per le strade dove non passano molte macchine, alcuni lo inseguono con un altro pallone sottobraccio.
E’ l’immagine della vita di paese, immediata ed autentica, non c’è nulla di diverso rispetto a tutte le altre realtà se ci si concentra su questo piccolo rettangolo di vita: gli anziani si fermano a prendere un caffè al bar e un piccolo supermercato è aperto.
Emerge così la reale contrapposizione che regola la percezione dei ragazzi contro quella degli adulti, ferma in quel paese mutilato, coi suoi simboli del centro storico ridotti in mattoni tra l’asfalto.
C’è stato un momento nel 2009 in cui L’Aquila ha smesso di essere Capoluogo per diventare Epicentro, in questi dieci anni si è lottato faticosamente per riacquistare la normalità di una città con ancora un futuro.
Questo è accaduto anche per Amatrice, dove però il terremoto è stato un nemico ancor più crudele.
Tanto è vero una realtà di paese soggetta a tanti problemi ordinari, quali lo spopolamento e la chiusura costante di centri industriali e fonti di ricchezza, una simile tragedia crea mutilazioni ancor più profonde e tremende.
Un terremoto di simile portata mette in crisi la coesione sociale e il tessuto umano sempre più resi fragili dalle trasformazioni globali ed economiche.
Le realtà di paese sono oggi delle piccole roccaforti di identità e pensiero che conservano nel loro profondo il ricordo di ciò che si è stati per permettere a chi ci sarà di continuare ad esistere davvero.
Così, a scapito delle apparenze di quando andava così di moda porre i riflettori su questa realtà, Amatrice non può essere dimenticata.
Perché il primo nemico di Amatrice e di tutte le realtà simili è vincolato all’isolamento costante e all’abbandono collettivo: quando le strade smettono di funzionare e percorrerle diventa scomodo, quando i giovani non sentono più alcun bisogno di restare, perché le priorità sono sempre altre, si pensa sempre ad altro.
Quando la politica dimentica di curare le sue radici, fonti costanti di forte identità, perde progressivamente la sua stessa ragione di esistere, così muore un poco anche l’Italia.



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