Santa Sofia: quei minareti che cantano ancora…

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Di Arild Vågen - Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=24932378

Nella moschea di Santa Sofia cantano i minareti, l’imam armato di una spada ottomana annuncia la conversione dell’edificio. Questa frase, così anacronistica, che potrebbe benissimo provenire da una cronaca del quattrocento o del cinquecento, è una testimonianza di quel processo anacronistico che si sta svolgendo in Turchia dall’elezione di Erdogan ad oggi. Ali Erbas, imam eministro di Erdogan, salendo il pubblico con una spada ottomana ha mandato quello che viene definito un attacco all’occidente,per sua ammissione la spada in questione è un simbolo di conquista. Le successive visite di Erdogan alla tomba di Maometto, di cui si sente l’erede naturale, disegnano un quadro paradossale, di surreale ritorno al tempo dei sultani e dell’impero ottomano.

Non basterebbe Nick Carraway del Grande Gatsby di Fitzgerald per ricordare al presidente turco che “il passato non si può replicare”. Il leader del Partito della Giustizia e dello Sviluppo sta attuando un processo di riaffermazione di quello spirito turco che viene spesso identificato come un fenomeno identitario quando in realtà rappresenta una manifestazione di una parte dell’elettorato che cozza con la rivoluzione culturale iniziata da Mustafa Kemal Ataturk (statista e padre della repubblica Turca), che più che affermare lo spirito turco vuole islamizzarlo.

Quando, caduto l’impero ottomano, il militare divenne Presidente della Repubblica turca Kemal iniziò una modernizzazione del paese. Proprio sotto la sua presidenza, Ataturk (ovvero padre dei turchi) introdusse i cognomi fino a quel momento assenti, sconsacrò la basilica di Santa Sofia,rimasta per molti secoli una moschea dopo la conquista di Costantinopoli da parte delle truppe ottomane.

Ispirato da principi laici, talvolta definiti laicisti dai suoi detrattori, rese Santa Sofia un museo,in contrasto con la islamizzazione della basilica di circa 500 anni prima. Nella visione del CHP (Partito popolare repubblicano) la laicità fa parte delle 6 frecce che formano l’ossatura della visione kemalista, che si concretizza non nell’ateismo di stato, ma nella separazione tra stato e religione musulmana. Le posizioni prese dal presidente Erdogan oltre ad essere profondamente folcloristiche, sono anacronistiche e lontane dalla identità turca.

Rendere nuovamente Santa Sofia una moschea ha senso come consacrare di nuovo il Pantheon come chiesa. La volontà di Kemal di trasformarla in un museo rappresenta la volontà di identificare il popolo turco non solo con le proprie radici islamiche ed ottomane, ma di ricongiungersi con la tradizione bizantina e romana. L’identità turca non è solo quella neo ottomana voluta dal leader dell’AKP, fondata sull’islam più conservatore, ma è quella laica creata dopo il 1923, quella tradizione che ha portato per secoli i turchi a sentirsi gli eredi non solo dei bizantini, ma dell’intero impero romano. I turchi non sarebbero tali senza queste ulteriori radici come gli italiani convertendo il pantheon, in non so quale raptus teocratico, rinuncerebbero alla loro eredità romana, pagana, anche monarchica.

Perché la tradizione non è un monolite monocromatico, ma è un albero dalle numerose radici, che senza esse non potrebbe far germogliare i propri frutti. Come l’Italia non potrebbe essere tale senza i fasti degli Antonini ed i tumoli regi, la Turchia non potrebbe essere se stessa senza i fondi dorati bizantini e l’influsso occidentale. Perché non c’è maggiore identarismo nella storia turca che nel primo novecento, in cui si affermava che ogni cittadino della repubblica prima di essere musulmano o ottomano era turco. Rivendicando rispetto al modello della teocrazia islamica che “la sovranità appartiene incondizionatamente al popolo”. Mentre cantano nuovamente i minareti, si auspica un futuro fatto di meno Recep Erdogan e più Mustafa Kemal. Che ad una visione retrograda, imperialista e bigotta si sostituisca un pensiero come quello dello statista turco: repubblicano, laico, democratico ed identitario.

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