In un’epoca in cui il calendario delle festività sembra sempre più sotto attacco da parte dei moralisti della “produttività”, il 26 dicembre – giorno di Santo Stefano – rappresenta un faro che splende da tempi migliori. Questa ricorrenza, introdotta come festività civile in Italia relativamente di recente, evoca un periodo storico in cui lo Stato non solo aggiungeva giorni rossi al calendario per promuovere il benessere dei cittadini, ma lo faceva senza baci della pantofola all’ideologia della produttività o al “lavoriamo troppo poco” con cui negli ultimi 30 anni gli italiani sono stati convinti a torto d’essere dei fannulloni (affermazione contraria peraltro a ogni statistica seria sulla produttività del lavoro nel nostro paese).
La festa di Santo Stefano nacque per estendere il periodo natalizio, offrendo un momento di pausa e riflessione dopo le celebrazioni del 25 dicembre. Oggi, in un contesto dove non esistono più giorni festivi, riposo settimanale, orari di chiusura obbligatori nel tentativo (o più che altro, con la scusa) di dover competere con economie più “dinamiche”, Santo Stefano ci ricorda un approccio più umano al lavoro e al riposo.
La festività di Santo Stefano come giorno non lavorativo in Italia non affonda le radici nella tradizione cristiana, bensì in un contesto post-bellico di ricostruzione sociale. Fu infatti con la legge n. 260 del 27 maggio 1949 che il 26 dicembre divenne ufficialmente una festività nazionale, estendendo le vacanze natalizie per permettere ai cittadini di godere di un ulteriore giorno di riposo. Non vi fu alcuna richiesta da parte della Santa Sede di rendere questa data festa nazionale. La legge in questione stabiliva che oltre le domeniche, il calendario prevedeva ben sedici giornate “rosse” sul calendario:
- Capodanno (1° gennaio);
- l’Epifania (6 gennaio);
- San Giuseppe (19 marzo, festa dei padri e dei lavoratori);
- l’anniversario della Liberazione (25 aprile);
- Lunedì dell’Angelo, o Pasquetta.
- l’Ascensione (40 giorni dopo la Pasqua);
- il Corpus Domini (60 giorni dopo la Pasqua);
- la festa del lavoro (1° maggio);
- santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno);
- Ferragosto o Assunzione di Maria (15 agosto);
- San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia (il 4 ottobre);
- Ognissanti (1° novembre);
- Il giorno dell’unità nazionale (già giorno della Vittoria, 4 novembre);
- l’Immacolata Concezione (8 dicembre);
- Natale (25 dicembre);
- Santo Stefano (26 dicembre).
Questa decisione fu dunque dettata non da pressioni religiose della Chiesa cattolica, ma da un intento puramente laico: prolungare il periodo festivo per favorire il benessere del popolo, consentendo alle famiglie di stare insieme più a lungo e ai lavoratori di recuperare energie alla fine dell’anno.
Negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale, l’Italia era impegnata in una rinascita economica e sociale. Inoltre molte feste monarchiche e fasciste erano state abolite, dal 28 ottobre al Natale di Roma, dai genetliaci dei Reali alla festa dello Statuto. Fu dunque necessario, invece che imporre ritmi di lavoro più serrati, aggiungere festività come questa, riconoscendo che il riposo non è un lusso, ma un diritto essenziale per la salute e la coesione sociale.
C’erano senz’altro valutazioni di vario genere: sicuramente con la minaccia comunista in Europa i regimi democratici sentivano la necessità di concedere alle masse lavoratrici più diritti e stipendi alti perché non cedessero alle sirene della propaganda marxista. Non è dunque casuale che la scelta di questa festa cadesse in una giornata tradizionalmente legata a paesi nordici, dei vincitori anglosassoni in particolare. In Gran Bretagna infatti c’era la tradizione del “boxing day” (giorno delle scatole, in riferimento ai pacchetti regalo). La tradizione giunse dunque in Italia sulle baionette degli inglesi.
Al di là dell’aspetto civile, la festività del 26 dicembre è dedicata a Santo Stefano, figura centrale nel Nuovo Testamento e considerato il primo martire del Cristianesimo. Secondo gli Atti degli Apostoli, Stefano – forse un greco, forse un giudeo ellenizzato, vista la conoscenza delle tradizioni bibliche e il nome ellenico – era uno dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana primitiva di Gerusalemme per assistere i bisognosi. La sua storia culmina in un discorso infuocato davanti al Sinedrio, nel quale lancia un’invettiva contro i Giudei, accusandoli di aver sempre resistito allo Spirito Santo e di aver tradito i profeti, culminando nell’uccisione di Gesù, il “Giusto”. Stefano ripercorre la storia del popolo ebraico, rimproverandolo per la sua ostinazione: “Uomini dal collo duro e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie! Voi resistete sempre allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi” (Atti 7:51).Questa accusa provocò una reazione violenta: la folla lo trascinò fuori dalla città e lo lapidò a morte. L’atto fu un vero linciaggio, poiché il Sinedrio non aveva potere di emettere condanne a morte.

Significativamente, la sua esecuzione avvenne sotto gli occhi di un giovane di nome Saulo – il futuro San Paolo – che in quel momento lo approvò l’atto e comandò poi una delle persecuzioni lanciate contro i convertiti alla religione del Cristo. Il sangue del primo martire cristiano, tuttavia, scavò come una goccia nella coscienza di Saulo, che di lì a poco andò in contro alla sua conversione sulla via di Damasco. La morte di Stefano, avvenuta intorno al 36 d.C., sottolinea temi di fede, fortezza, martirio e perdono: persino mentre veniva lapidato, Stefano pregò per i suoi persecutori, dicendo “Signore, non imputare loro questo peccato”. Come San Giovanni Evangelista e i Santi Innocenti – i bambini assassinati da Erode nel tentativo di uccidere Gesù bambino – Santo Stefano è celebrato nei giorni immediatamente successivi al Santo Natale in tutte le chiese, comprese le ortodosse, giorni dedicati proprio ai Santi più vicini al Salvatore.
Fra le poche buone novità portate dall’invasione straniera del 1945, la festa di Santo Stefano è stata immediatamente italianizzata ed oramai è un rito consolidato: gli italiani la passano per riposarsi dal… riposo, visto che fra cenone della Vigilia e pranzo di Natale chi sta davanti ai fornelli è sottoposto a un vero tour de force, ma anche come giornata di scarico dopo gli eccessi dei due banchetti: tradizionalmente infatti per il 26 si mangia più leggero, finendo di consumare gli avanzi oppure andando di brodo di carne.
La giornata è tradizionalmente legata alle visite agli amici o ai parenti che non si sono incontrati nei due giorni precedenti, alle passeggiate “dietetiche” per smaltire e alle visite ai mercatini e ai presepi.
La gioia e la rilassatezza di questa giornata ci ricorda l’importanza di riprenderci uno stile di vita più italiano: da anni si attende un colpo di spugna sull’infausta riforma di Mario Monti che spalancò alle aperture indiscriminate di esercizi e uffici, di fatto colpendo i ritmi di vita delle famiglie e spesso condannando i lavoratori a orari incompatibili con una serenità domestica sempre più necessaria. Quest’anno si è cominciato ridando lustro alla festa del Santo Patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi. Un primo passo in una direzione giusta, diremmo sacrosanta. In una nazione in crollo demografico e con una società sempre più liquefatta, ripensare gli errori del passato ed emendarli è l’unica via.


















