Scuola ancora impreparata all’ennesima riapertura: si può fare di più

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licenza Creative Commons Foto: Marco Beltrametti

Ancora una volta la scuola si fa cogliere impreparata all’ennesima riapertura. La responsabilità non può essere ribaltata sulla periferia dei laboriosi dirigenti scolastici, le prese con bilanci da sempre esigui rispetto alle necessità da fronteggiare. C’è da chiedersi perchè non si siano usati questi due anni per rendere le aule scolastiche dei nostri figli e nipoti degli ambienti più sicuri rispetto primo quadrimestre del 2020. Sono infatti davvero tante le soluzioni tecnologiche che in questui 24 mesi sono state messe a punto: dai semplici estrattori ai purificatori d’aria, fino alla ventilazione meccanica controllata e ai sistemi di monitoraggio indiretto basati sulla CO2, sperimentati sul campo addirittura in studi clinici. Purtroppo nessuna di queste soluzioni potenzialmente utili a contrastare la diffusione del virus nelle aule è stata adottata su larga scala nelle scuole italiane, nonostante i finanziamenti pubblici garantiti dal PNRR ai settori strategici. La qualità dell’aria indoor, con l’affollarsi di persone in spazi chiusi come le aule o i mezzi di trasporto, si è rivelata cruciale nella diffusione del contagio eppure non si vede all’orizzonte nemmeno un segnale di fumo su questo tema da parte di chi avrebbe il dovere di garantire il rientro a scuola dei nostri figli in condizioni di sicurezza.

Se l’obiettivo è evitare la didattica a distanza (la famigerata DAD), sappiamo oramai benissimo che il vaccino non protegge dal contagio e quindi dal riscontro di positività tra gli alunni con conseguenti quarantene. Aver decretato che un caso in classe non basta a far scattare la quarantena (se non nella scuola dell’infanzia) senza tener conto della qualità dell’aria indoor delle nostre aule significa aprire la strada al possibile dilagare dei contagi. Insomma, è molto probabile che nella vita reale saranno poche le scuole che si troveranno a dover compiere distinzioni di lana caprina tra due o tre casi di positività nella stessa classe, perché nelle attuali condizioni delle nostre sovraffollate micro-aule, al primo caso di positività ne seguiranno probabilmente subito molti altri. Siamo davanti a una palese questione ideologica: a scuola si deve tornare in presenza perché così sta scritto ma si è fatto poco piu’ di nulla per rendere le aule un luogo a bassa probabilità di contagio in presenza di uno o più positivi. Probabilmente per avere un’apertura dal livello centrale ad affrontare il vero problema – quello della qualità dell’aria indoor nelle classi – dovrà passare ancora del tempo, proprio com’è avvenuto per la travagliata presa d’atto (dopo tante levate di scudi) che le farmacie dovessero diventare snodi capillari per i test COVID. Intanto come si fa a biasimare quei Presidenti di Regione che non se la sentono di avallare un rientro a scuola nelle stesse condizioni di insicurezza del 2020? Dopo i banchi a rotelle della Ministra Azzolina, di dubbia utilità nella lotta pandemica, da Roma non è giunta nessun’altra dotazione per evitare lo spettro della DAD, lesiva di numerosi diritti di bambini e ragazzi. Ma per liberarsi di uno spettro non basta l’ideologia, che anzi è da sempre nota per crearne dei nuovi. Se è la scienza che deve guidarci, basterebbe leggere gli studi disponibili sui motori di ricerca medici e agire di conseguenza. Ma si sa, da duemila anni mentre a Roma si discute le periferie restano senza soluzioni ai loro problemi.

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1 commento

  1. Chiariamoci: i famigerati banchi a rotelle furono chiesti da singoli dirigenti scolastici e acquistati da Domanico Arcuri. La Corte dei Conti dovrebbe imputare a questi soggetti il fanno erariale.

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