Serena Bortone e il suo nuovo inizio in Rai

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Il 23 settembre per Serena Bortone inizia una nuova avventura: rimane in Rai e raddoppia. Dopo Agorà su Rai 3 e dopo Oggi è un altro giorno su Rai 1 tornerà a farci compagnia in un altro format di cinquanta minuti su Rai 3 in prima serata, al quale seguirà Report (secondo i rumors il titolo provvisorio del programma dovrebbe essere Le Parole, o forse Che sarà…). Grazie alla sua professionalità e semplicità, la Bortone è sempre stata molto amata dal suo pubblico riuscendo ad entrare nel cuore dei suoi tanti ammiratori: questa sua nuova avventura, che inizierà sabato 23 settembre alle 20.20 con un raddoppio alle 20 la domenica, sarà una sfida importante, in un mondo sempre più interconnesso e in continua evoluzione. Il doppio appuntamento serale con la brava e affabile giornalista chiuderà la settimana ragionando su quanto è accaduto e su quello che ci attende nel futuro, accompagnando il pubblico con spirito accogliente in un viaggio attraverso un intreccio di vari argomenti che spazieranno dalla cultura alla politica alla musica, allo spettacolo e la società. Vi proponiamo l’intervista fatta nel 2019 in occasione del Mondadori OFF di Milano dal direttore di CulturaIdentità Edoardo Sylos Labini a uno dei volti più amati dei talk in Rai.

Ma ti arriva qualche telefonata da qualche segreteria di partito? Ci sono pressioni di questo tipo?
Io sono un’appassionata di politica, ho un sacco di rispetto per chi sceglie di fare questo lavoro infame, perché è un lavoro molto complesso, molto faticoso… La politica di per sé tenderebbe a fare propaganda, è normale. Loro spingono e noi freniamo, ma è un’interlocuzione molto serena, perché l’importante da parte dei giornalisti è non fare trabocchetti, scorrettezze: se dai notizie, quelle sono. Su questo non ci piove, non potrà mai esserci nessuno che mi dica di non dare una notizia.

Tu hai debuttato nel 1989 con Alla Ricerca dell’Arca di Mino Damato e proprio in questa prima esperienza ti chiesero di fare una cosa un po’ strana…
Portai il curriculum in Rai quando il programma era già iniziato, mi chiamarono dal personale e feci un colloquio. Avevo 18 anni, ero sorridente, caruccia e con un fiocco in testa probabilmente. La capo struttura di allora, Lucia Campioni, una donna molto intelligente, disse “vabbè la prendiamo, è talmente entusiasta, talmente volenterosa che anche se non ha fatto nulla…” non trovavano una persona a gennaio, i programmi erano tutti iniziati, quindi feci questo primo contratto. A 18 anni gestivo tutta la produzione di una macchina che durava in diretta più di tre ore, Mino Damato, non so se ricordate, camminava sui carboni ardenti, aveva questo programma meraviglioso in cui arrivarono dalla Regina di Giordania e Carlo d’Inghilterra, ho visto ballare Nureyev in diretta, Keith Carradine, era una televisione meravigliosa fatta anche con altri mezzi. Il mio primo giorno di lavoro in trasmissione c’era La Toya Jackson, sorella di Micheal Jackson. Io arrivai lì con il mio fioccone e lui (Mino Damato) mi disse “Tu sei quella nuova?” e io tutta sorridente “Sì” e lui “Beh, trova un pitone per La Toya Jackson”, io lo guardai pensando “questo è matto” e lui mi disse “non mi guardare così, trova un pitone”! Andai dunque dalle colleghe più esperte esclamando: “Vuole che gli trovi un pitone!”. Ci attaccammo al telefono, trovammo un tizio che aveva vicino Roma un rettilario e portò il pitone. Se tu inizi a lavorare e come primo compito hai una roba del genere, capisci che nella vita non ti puoi arrendere mai.
Hai lavorato anche per Avanzi…E’ stata una gioia incredibile vedere che le ragazze fossero tornate in tv, in forma smagliante tra l’altro. Nonostante io vada a letto presto sono andata a vedermi tutte le puntate perché per me quello era un pezzo di cuore.

E anche per Mi Manda Lubrano
C’è stato un periodo in cui arrivavano a casa delle cartoline per le quali tu andavi in hotel e loro dicevano che ti avrebbero regalato un computer, in realtà il computer non te lo regalavano, ti regalavano delle enciclopedie, Lubrano si occupava di truffe ai consumatori e cose di questo genere. Arrivò quindi questa cartolina a nome di un signore, con un appuntamento per il weekend, chiamo il signore che mi mandò la cartolina dicendogli “se mi ha mandato questa cartolina è perché sospetta di una truffa” e lui mi disse “ma se io vengo con lei e ci fingiamo marito e moglie?”, così io e questo signore andammo insieme nel weekend all’appuntamento. Tornando scrissi una pagina raccontando di questa esperienza infernale, Lubrano lesse la pagina e mi chiese di raccontarla in diretta, da lì la mia prima apparizione in diretta. L’anno successivo, a 25 anni, venni scelta per fare l’inviata in diretta.

Qual è l’episodio più OFF che ti sia mai capitato durante la tua lunga carriera?
Lavoravo a Ultimo Minuto, un programma di salvataggi estremi. Un giorno siamo andati a fare un collegamento in diretta da Portofino in cui una coppia di stuntman doveva essere salvata da un elicottero dei carabinieri, abbiamo avuto qualche problema nel recupero dei nostri attori, allora io sono impazzita e ad un certo punto il comandante dei carabinieri ha detto: “Va bene, verricellate tutto il verricellabile!”.
Un’altra cosa divertente che mi è capitata, sempre a Ultimo Minuto, è quando sono riuscita a far andare i Take That a incontrare una ragazzina che li adorava ma che era in coma, un regalo bellissimo.

So che sei molto legata al brano Somebody to love dei Queen
Essendo io un onnivora di musica, di libri, di cinema… quando mi si chiede quale sia la mia canzone preferita mi si spalanca un baratro, perché ne potrei indicare centocinquanta. Poi io in realtà sono una grande appassionata di opera lirica, conosco a memoria il Don Giovanni di Mozart… Ciò che però mi lega a questa canzone è il fatto che quando ero ragazzina i miei genitori mi spedivano a Londra a studiare l’inglese, io quindi ho vissuto appieno la Londra degli anni Ottanta. In particolare ho avuto la fortuna di andare Live Aid (avrete sicuramente visto il film Bohemian Rhapsody per cui saprete di cosa sto parlando): beh in quell’occasione, tra tutti i grandi artisti, arrivò ad un certo punto questo Freddie Mercury e noi tutti impazzimmo, lì mi resi conto della genialità di quest’uomo, della sua forza, della sua energia… Fino a prima neanche li conoscevo bene io i Queen! Peraltro quello era un concerto di beneficenza, una raccolta fondi per i paesi dell’Africa, con tutte le mode che ci sono è un peccato che questa usanza così positiva si sia invece persa…

Tu hai sempre voluto fare la giornalista?
In realtà già a quindici anni feci un programma televisivo per una tv privata. In generale comunque sono una persona molto curiosa, mi piace proprio ascoltare le storie degli altri quindi l’indirizzo è stato abbastanza naturale.

In un’intervista che hai fatto tempo fa a Famiglia Cristiana hai dichiarato di rivederti in Cosimo Piovasco di Rondò, il protagonista de Il Barone Rampante: è ancora così? Se no, in quale personaggio letterario ti rivedresti?
No, in realtà è stato il mio direttore a paragonarmi a lui. Se dovessi dirti in quale personaggio letterario mi rivedo non so… da bambina adoravo Lady Oscar, molto settecentesco… naturalmente scherzo! In realtà però tutta la letteratura femminile alla Jane Austen mi appassiona particolarmente: penso a tutti i personaggi donna che grazie alle loro capacità intellettuali sono riuscite ad uscire dagli schemi, dagli stereotipi. Secondo me la vera bellezza della vita è realizzare la propria autenticità, la propria libertà e questo alle donne per secoli non è stato consentito.

Serena, abbiamo trovato le uniche due copie rimaste in circolazione del tuo libro, Io non lavoro. Storie di italiani improduttivi e felici: hai anticipato il reddito di cittadinanza…
Questo libro è il racconto di persone che hanno deciso di non lavorare, un grande esercizio di libertà. Lavorare a questo libro è stato molto divertente, abbiamo incontrato dei personaggi particolari, tra cui Roberto Giovalli, autore di tutti i canali Mediaset, che ad un certo punto della sua vita decise di non lavorare più. Il concetto di fondo è che chi lavora non lo fa mai solo per i soldi: lo fa per ottenere successo, prestigio o perché gli piace il proprio lavoro. Tuttavia è sempre importante tenere a mente che il vero motivo per il quale noi siamo su questa terra è lo scambio con l’altro, sia esso l’amore sentimentale con un compagno, un’amicizia, il legame con un figlio… è la connessione sentimentale a darci la gioia e l’essenza della nostra vita. Non il lavoro, non il successo.

Un altro tuo libro preferito è Libertà di Jonathan Franzen
Sì, adoro tutta la letteratura americana, Franzen è un grandissimo autore e descrive con una capacità mai cinica e sempre affettuosa le nevrosi del mondo occidentale. Questo è un libro proprio sulle relazioni, si tratta di storie d’amore intrecciate.

Due giovani colti, eleganti, progressisti e adeguatamente simpatici… sembra proprio il mondo radical chic
Ma che cosa vuol dire radical chic? Per carità, un termine divertentissimo. Io penso che il radical chicchismo abbia fatto male non solo alla sinistra ma anche ad un certo modo di intendere il rapporto con l’altro, perché se tu “fingi di amare i poveri” perché ti sembra figo…. Però si può amare il popolo anche senza essere necessariamente buonisti o “comunisti con il Rolex”. Provare dei sentimenti di altruismo, accoglienza ed empatia davanti al prossimo non è radical chic, io lo chiamo cattolicesimo, lo chiamo etica, lo chiamo attenzione verso l’altro. Non è un disvalore.

Lo sai qual è il tuo partito del futuro? È CulturaIdentità!
Ho letto tanto Bauman, lui ha scritto un volume sull’identità. Ma che cos’è poi l’identità? Perché io Serena sono romana, mio padre è nato in Cilento, mia madre romana da genitori ciocari… la mia identità già vacilla. In più ho fatto tutte le mie estati a Londra e quando ero lì mi sentivo molto più londinese che romana… quindi io a questo punto cosa sono? Cosa vuol dire identità? L’identità è quello che tu conquisti nel corso della tua vita, cambia, è multiforme.

Non pensi che la globalizzazione appiattisca le tante personali identità?
Ma devi essere glocal! È ovvio che se imponi dei modelli ottieni la morte delle differenze…e io amo le differenze! Non è bello avere in tutto il mondo la stessa cosa. Però innanzitutto è un dato della contemporaneità e noi la contemporaneità la dobbiamo cavalcare, la dobbiamo vivere, la dobbiamo gestire, non possiamo opporci ad essa… altrimenti facciamo come i luddisti della rivoluzione industriale. Certamente ti seguo sul fatto che si sia reso necessario essere più orgogliosi del nostro patrimonio, dove per orgogliosi intendo saperlo rispettare, saperlo vivere e condividere. Essere orgogliosi significa anche avere dei doveri rispetto al paese che si dice di amare.

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