Giancarlo Giannini: nessuno sarà mai come lui!

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Alla prima di Quantum of Solace, Facebook

E’ difficile, quasi impossibile, tenere slegata la vita di Giancarlo Giannini da quella di una grande, grandissima regista italiana: Lina Wertmüller. Lei disse una volta che, per affermarsi e fare successo, ci vogliono passione e pazienza. Giancarlo Giannini ha avuto entrambe le peculiarità durante tutta la sua carriera da attore, doppiatore e regista. E ha coronato un sogno, quest’anno, ottenendo il riconoscimento della stella sulla Walk of Fame di Los Angeles. Non a caso, ha dedicato proprio alla sua amica regista l’ambito premio.

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Giannini accende in me ricordi e scoperte di quando ero adolescente e, da appassionato vero di cinema e tv, mescolavo generi e caratteri nelle pellicole che accompagnavano le mie giornate. Tra un cinema di quartiere, dove il tetto si apriva all’intervallo per permettere a chi voleva di “fare due tiri” in modo indisturbato, ai pomeriggi di fronte alla Tv, a caccia di film in bianco nero. Dai musical americani alla commedia all’italiana, tutto attirava la mia attenzione. E, già allora, ricordo nitidamente le capacità istrioniche di Giannini. I suoi ritratti di Mimì metallurgico e di Pasqualino Settebellezze restano ancora oggi inarrivabili. L’uso del dialetto, dell’espressione, della violenza a tratti, per imporre socialmente ciò che la vita aveva negato a quegli eroi negativi, misuravano non solo le sue capacità da attore, ma anche la totale sinergia con ciò che veniva chiesto dalla Wertmüller. Giannini incarnava uno strato della popolazione e realizzava quell’icona pop che proprio la regista voleva raccontare. Realismo e maschera, in poche parole, vivevano in lui, che pure era partito dal teatro. E tanto al teatro e alla formazione alla Silvio D’Amico doveva.

Ma la sua versatilità gli ha permesso, lungo tutta la vita, di uscire senza problemi dalle macchiette che lo resero famoso per entrare in ruoli magistrali e più compassati. Non a caso, ha lavorato con Fassbinder come con Luigi Magni, con Corbucci e Dino Risi, come con Luchino Visconti. E sempre non a caso ha avuto ruoli di caratura internazionale negli Stati Uniti, lavorando con registi del calibro di Francis Ford Coppola e Ridley Scott.

Da ragazzino sognavo di fare cinema, ebbene sì! E guardavo a quelli come Giannini con grande invidia, ma anche con commossa devozione. Non sono mai stato un cacciatore di autografi, detesto il divismo. E’ uno sport tipicamente italiano che non mi appartiene. Sono piuttosto un osservatore attento di chi ha capacità attoriali che, forse, a me mancano. Ma l’altra grande passione, su cui da piccolo provai a lavorare, era la cura dei toni di voce. Mi dilettavo nelle imitazioni e, spesso, giocavo sui toni alti e bassi proprio come fanno alcuni grandi attori.

Giannini anche in questo è stato ed è un maestro. Non a caso, è considerato il più bravo doppiatore del nostro cinema. La voce di Dustin Hoffman ne Il maratoneta o di Al Pacino in Quel pomeriggio di un giorno da cani restano documenti inconfutabili della sua bravura.

Michael Douglas, Jack Nicholson, Gerard Depardieu, Jeremy Irons….E‘ un elenco sterminato quello che potremmo produrre, come la sfilza di premi collezionati: candidato all’Oscar nel ’77 per Pasqualino Settebellezze, Giannini ha vinto Cannes come miglior protagonista nel 1973, 6 David di Donatello, 5 Nastri d’Argento, ma ha anche raccolto altre 12 nomination.

Nessuno è, e probabilmente sarà mai, come lui, nessuno con la sua voce e la sua capacità di indossare, in ogni circostanza, vestiti o vite diverse.

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