Torquato Tasso era nato l’11 marzo del 1544 a Sorrento nel Regno di Napoli, allora sotto dominio spagnolo. Quello che sarebbe stato il maggiore poeta del Rinascimento veniva alla luce in una famiglia nobile di origini bergamasche da parte paterna. Il padre, Bernardo, era un letterato e cortigiano al servizio del principe di Salerno Ferrante Sanseverino, mentre la madre, Porzia de’ Rossi, napoletana, proveniva da una nobile casata toscana (pistoiese-pisana). La famiglia si era trasferita a Sorrento pochi anni prima della nascita di Torquato, intorno al 1542-1543, e Torquato fu l’ultimo di tre figli: di questi, la sorella maggiore Cornelia (nata nel 1537) sarebbe diventata una figura importante nella sua vita, come vedremo.
La permanenza a Sorrento fu breve: Bernardo, spesso assente per servizio al principe, tornò solo nel 1545 per conoscere il figlio. Poco dopo la famiglia si spostò nuovamente. L’infanzia di Torquato fu segnata così dall’instabilità: nel 1552 il principe Sanseverino entrò in conflitto con il viceré de Toledo perché si oppose all’introduzione nella sua provincia dell’Inquisizione spagnola, fu esiliato e privato dei beni; e Bernardo seguì il signore in esilio, portando con sé il giovane Torquato a Roma. La madre Porzia rimase invece a Napoli e vi morì nel 1556: un evento che segnò profondamente il poeta, privandolo di un legame affettivo stabile, anche per le circostanze orribili della morte: probabilmente avvelenata dai fratelli per motivi d’interesse.
Sorrento rappresentò così il luogo dell’infanzia serena ma fugace: quei primi anni di vita felici in uno dei posti più belli del mondo, immerso nel paesaggio mediterraneo della costiera: il mare, le limonaie, le ville nobiliari. Per il futuro poeta della “Gerusalemme Liberata” la città rimase un simbolo di radici perdute e di rifugio emotivo.
La biografia di Tasso è segnata da peregrinazioni continue: dopo Roma, Urbino (dove studiò alla corte ducale con alcuni dei maestri più importanti del suo tempo), Venezia, Padova, Bologna. Nel 1565 entrò al servizio dei d’Este a Ferrara, prima col cardinale Luigi e poi col duca Alfonso II, periodo di maggiore serenità creativa in cui compose le sue prime opere.
Nel 1577-1579, però, la sua vita precipitò: crisi religiose, scrupoli di coscienza, sospetti di eresia, paranoia di persecuzioni. Dopo aver aggredito un servo e temendo ritorsioni dal Duca, fuggì da Ferrara travestito da contadino (o pastore, secondo altre fonti). Tornò così alla natia Sorrento dalla sorella Cornelia, che vi era rimasta, dopo essersi sposata.
Questo soggiorno, dall’agosto 1577 all’inizio del 1578, fu uno degli ultimi momenti di pace nella sua esistenza tormentata. Secondo la tradizione (raccontata da Giovan Battista Manso), Torquato si presentò alla sorella fingendo di essere un messaggero che annunciava la sua morte, per testarne il dolore; solo dopo lo svenimento di Cornelia si rivelò. L’aneddoto sottolinea da un lato il sospetto paranoico che oramai affliggeva il poeta, ma dall’altro il disperato bisogno di affetto familiare e di rifugio nella terra natale, che egli avrebbe sempre rimpianto con affetto, come i versi della “Gerusalemme liberata”, del 1581, testimoniano:
«… le piagge di Campagna amene,
pompa maggior de la natura, e i colli
che vagheggia il Tirren fertili e molli».
A Sorrento Tasso compose parti della canzone “Al Metauro” (incompiuta), in cui rievocò le sventure infantili e il dolore per la separazione dalla madre e dalla patria, quella città sul mare, vicino alla tomba della sirena Partenope, dove il poeta, in pieno cupio dissolvi, lamenta di non essere morto e serenamente sepolto già da piccolo. Un’immagine piena di riferimenti classici, che dipingono quei pochi anni di felicità nella città sul golfo come un’Arcadia. Sorrento gli offrì così anche un temporaneo riparo psicologico, prima del ritorno a Ferrara (aprile 1578) e del successivo internamento nell’ospedale di Sant’Anna (1579-1586) per presunta follia. Torquato Tasso morì a Roma nel 1595, nel convento di Sant’Onofrio, alla vigilia dell’incoronazione poetica.
Sebbene Tasso non sia tornato più a Sorrento dopo il 1578, la città natale divenne parte integrante del suo mito romantico: il genio incompreso, il poeta malinconico legato alle origini perdute. La casa natale (una villa dei Mastrogiudice sul mare, di cui oggi restano due archi e una balconata parzialmente incorporati in edifici moderni in via Vittorio Veneto) è un luogo di memoria, come ricorda la lapide sulla facciata. Sorrento celebra annualmente la nascita del poeta (11 marzo) con eventi, corone d’alloro e incontri culturali. Sorrento lo ha sempre rivendicato come figlio illustre: non solo luogo di nascita, ma simbolo di un legame affettivo profondo, rifugio nei momenti di crisi e radice di quell’identità italiana che il poeta incarnò come pochi altri nel Cinquecento.


















