Il culto di Venere in Italia era anticamente legato all’agricoltura e alle sepolture, protettrice degli orti insieme a Mamerte, per unirsi poi alle usanze greche, di Dea dell’Amore carnale. Per finire con la Deità che che impersonava la bellezza di Roma.
Tra le divinità identitarie della civiltà italica il primo posto spetta certamente a Venus, parola paleosabellica, spesso unita all’epiteto Fruti che tradotto alla lettera significa “venerazione della natura feconda”. Ad essa sono associati il verbo veneror (io venero) antichissima espressione religiosa, ancora in uso nelle lingue romanze, venia (perdono) vinus e venenum, con il significato originario di bevanda inebriante e per questo pericolosa).
A questa Venere degli orti e delle vigne erano dedicati gli arcaici santuari di Lavinio e Ardea, a cui fa riferimento Tito Livio, citando il culto di Venus ardeatina, praticato per la prima volta a Roma nel 217 a. C. per espiare l’empietà commessa da Gaio Flaminio Nepote che aveva comportato la sconfitta dell’esercito romano sul lago Trasimeno, durante la Seconda guerra punica.
A questa divinità agreste, la cui festa cadeva il 19 agosto, giorno delle Vinalia rustiche, in cui iniziava la vendemmia, furono dedicati il tempio presso il bosco sacro dell’Aventino, e l’altro nel Circo Massimo. Di grande rilevanza, sempre per la sua origine arcaica e rurale, è l’attributo libitino che indica un particolare culto dei morti e la pratica della loro inumazione (in umo – nella terra) nel sottosuolo, da cui la vegetazione, in specie quella soggetta all’agricoltura, trae il nutrimento vitale.
A questi aspetti originarî e indigeni, si sovrappone, sempre nel periodo delle guerre puniche, il culto di Venere ericina, con il significato greco di Afrodite, preposta al piacere amoroso. Il riferimento era infatti al celebre santuario di Erice, noto in tutto il Mediterraneo, anche per la bellezza delle sue sacerdotesse, chiamate poeticamente “le colombe”, che vi praticavano la ierodulia.
Ad essa fu innalzato il tempio di Porta Collina, in un luogo appartato fuori la cerchia del pomerium affinché la vista di certi suoi rituali non turbasse gli occhi delle vergini e delle caste matrone di Roma, come dice maliziosamente Marziale. Il tempio infatti era frequentato dalle puellae, ovvero da giovani prostitute che occasionalmente si offrivano ai clienti in voto alla divinità, senza che questo autorizzi ad affermare che vi si praticasse una forma di prostituzione sacra.
Che tuttavia il culto di Porta Collina avesse forti connotazioni erotiche, lo testimonia il fatto che in età repubblicana vi furono trasportati da Locri epizefiri, altro celebre luogo di ierodulia, l’acrolito e il trono Ludovisi, ambedue, ora esposti nel Museo Nazionale Romano.
Alla castissima Venus verticordia (“che muove il cuore”) e della Fortuna virile, era invece dedicato il tempio del Foro boario, nei pressi dell’Isola Tiberina, dove le matrone celebravano il 1° aprile la festa delle Veneralia, che ricordava il matrimonio della Dea con Marte. In quella occasione, dopo aver provveduto a fare altrettanto con la statua e averla ornata di gioielli e abiti sontuosi, si bagnavano nella vicina piscina calida (di solito utilizzata dagli uomini) coprendosi pudicamente con rami di mirto e libavano con il cocetum, una bevanda a base di latte, miele e foglie di menta.

In età tardorepubblicana Venere, sempre in collegamento con Marte, assunse altri epiteti ed attributi di significato politico; con Lucio Cornelio Silla, che riteneva la propria fortuna frutto della protezione della Dea, prese il nome di Felix, soprattutto a Pompei,divenendo il culto ufficiale della Colonia Veneria Cornelia. Gneo Pompeo Magno, la chiamò Vincitrix, titolo che assunse nel sontuoso tempietto che il generale collocò alla sommità della cavea principale del grande teatro che nel 55 a. C. aveva fatto costruire a Campo Marzio.
A tanto splendore rispose Giulio Cesare che, amplificando il mito della gens Giulia, discendente da Enea, figlio di Afrodite e Anchise, inaugurò nel 46 a. C. il tempio di Venus Genitrix che occupava in ampiezza il lato nord occidentale del Foro (oggi di Piazza Argentina) che da lui prende il nome.
L’ultimo culto è quello di Venus Urbis che impersona la grandezza (pulcritas) stessa di Roma imperiale, promosso nel 113 d. C. da Traiano con la costruzione, al limitare di Campo Marzio del Templum Urbis, ideato come mausoleo per lui e per la moglie Plotina.
















