1992. La svendita dell’Italia e l’inizio del declino

1992. La svendita dell’Italia e l’inizio del declino

L’Italia figurava un tempo tra le prime cinque economie mondiali. Erano gli anni ottanta. Poi accadde qualcosa. Il declino che ci ha portato fino agli odierni scompensi ha avuto sì una genesi graduale, ma è stato innescato in una precisa fase storica. Corre l’anno 1992, quando il nostro Paese è minato alle basi da un sommovimento profondo. A febbraio l’inchiesta Tangentopoli smantella i partiti di governo. Tra la primavera e l’estate, la mafia uccide i giudici Falcone e Borsellino. E poi ancora: lo speculatore George Soros scatena un’offensiva contro la Lira tale da farla svalutare del 30%. In questo clima di disorientamento e di vulnerabilità, si profilano i primi governi tecnici e si dà avvio alla stagione delle privatizzazioni dei grandi patrimoni di Stato italiani. Si tratta di un punto di non ritorno per la nostra economia. È questa la tesi che trapela dalle pagine fitte e scorrevoli di “Alto tradimento – Privatizzazioni, Dc, euro: misteri e nuove verità sulla svendita dell’Italia” (2019, ed. Rubettino), scritto dal vice-direttore del Tg1 Angelo Polimeno Bottai. Attraverso testimonianze e documenti inediti di Giuseppe Guarino, giurista e tre volte ministro, il volume offre un quadro degli accadimenti di quel periodo che avrebbero cinto d’assedio l’Italia. Cultura Identità ha intervistato l’autore.

 

Nel libro scrive del Britannia, panfilo della corona inglese che nel ‘92 salpò al largo di Civitavecchia. A suo avviso è un episodio chiave di questa storia di privatizzazioni o è solo l’ennesimo capitolo di una saga complottista?

“Non è un episodio chiave, ma un episodio simbolo della confusione sul concetto di nazione che regna in Italia. Qualsiasi Paese può decidere, in un momento della sua storia, di privatizzare le proprie imprese pubbliche. La cosa singolare è che noi, pur non firmando nulla, decidemmo di farlo nel giorno della festa nazionale, il 2 giugno, mentre il governo, nella fattispecie quello presieduto da Andreotti, stava uscendo di scena. Ed è singolare che, nonostante ciò, a bordo della nave ci fossero rappresentanti di quello stesso governo, insieme a uomini di banche d’affari di tutto il mondo e ai vertici della Banca d’Italia”.

 

Come rappresentante del governo c’era Mario Draghi, allora direttore generale del Ministero del Tesoro…
“…il quale in seguito si preoccuperà di spiegare, nel corso di un’audizione in Parlamento, che lui era salito a bordo solo per fare un breve saluto. Ma che senso ha il breve saluto di un rappresentante di un governo dimissionario? Racconta inoltre di aver avuto il via libera di Guido Carli, allora ministro del Tesoro ma, quando lo racconta, Carli era già morto, dunque non poteva né confermare né smentire. Chi smentisce è Paolo Cirino Pomicino, anche lui membro di quel governo e stretto collaboratore di Carli: egli afferma che il ministro del Tesoro non sapeva nulla della partecipazione di Draghi all’incontro”.

 

Il Britannia fu dunque l’episodio simbolo. Ma ci fu anche un episodio scatenante di quella stagione di privatizzazioni?

“Furono due episodi: Tangentopoli e l’ingresso nell’Unione europea. A proposito di questo secondo aspetto, nel ‘93 ci fu la firma tra Karl Van Miert, commissario europeo della Concorrenza, e Beniamino Andreatta, ministro degli Esteri italiano, che ha creato le premesse per obbligare l’Italia a dismettere il suo patrimonio pubblico in quanto consentiva la ricapitalizzazione del nostro settore siderurgico a condizione che venisse privatizzato e che si azzerassero i debiti delle imprese pubbliche”.

 

In Francia e Gran Bretagna la politica delle privatizzazioni fu portata avanti dal centrodestra, in Italia dal centrosinistra. Come spiega questa nostra peculiarità?

“Il grosso delle operazioni fu opera del centrosinistra. Questo è un fatto acclarato. C’è poi la mia opinione personale, che con la caduta del muro di Berlino e il conseguente crollo di un secolo di storia del Pci, i partiti italiani di sinistra si siano dovuti ricollocare. Dopo aver sventolato la bandiera internazionalista comunista, non potevano certo riscoprirsi custodi dell’interesse nazionale, così si sono gettati a capofitto nell’avventura dell’Unione europea e del mercato. Determinante è stato il vuoto politico creato da Tangentopoli, colmato dalla grande industria, la quale fino a quel momento era stata costretta a passare al vaglio della politica, e che ora aveva il centro-sinistra al servizio delle proprie istanze. Significativo che un’altra parte di quel vuoto fu occupata da Silvio Berlusconi, esponente del mondo industriale che entrava direttamente in politica”.

 

Non crede che le privatizzazioni, in quella fase storica, fossero un passaggio necessario?
“Il problema non sono state le privatizzazioni in sé, ma come queste privatizzazioni sono avvenute. Lo stesso Giuseppe Guarino era favorevole, aveva proposto un decreto legge per consentire le vendite al meglio. Purtroppo quella proposta, dopo un iniziale sostegno, non fu approvata e fu così attuato un altro piano che favorì solo grandi imprese che acquistarono il nostro patrimonio a prezzi stracciati per poi rivenderlo, anche solo pochi mesi dopo, a prezzi talvolta venti volte superiori”.

 

Anche la Corte dei Conti, nel 2010, ha evidenziato enormi criticità di quel piano di privatizzazioni. Il suo libro sta contribuendo a fare informazione in proposito, ma come spiega che per anni c’è stata una sorte di coltre mediatica?

“La coltre continua. Il mio libro non ha trovato molto spazio sulle grandi testate nazionali, ho avuto poche apparizioni televisive – una su La7 e un servizio del Tg2 – e un intervento su RadioRai. Ognuno può pensarla come vuole, ma certe testimonianze e certi documenti citati nel volume dovrebbero essere motivo di curiosità per chi fa il nostro lavoro. Così non è, forse perché la grande stampa ha qualche pensiero di coscienza su quella fase storica”.

 

Dunque quelli che nel libro chiama i “persuasori di professione” sono ancora efficaci nonostante viviamo in un’epoca di disintermediazione?
“Le vendite del libro sono costanti sul web ed è diffuso l’interesse da parte di tanti giornali digitali e radio private. Però andare di più in televisione offrirebbe al libro un’altra vetrina. Per questo dico che sono ancora efficaci”.



yoast seo premium free