La geopolitica della questione antropologica

La geopolitica della questione antropologica

“Non deve essere permesso di eclissare la cultura, la tradizione e i valori della famiglia di milioni di persone che costituiscono la maggioranza”. In una recente intervista al Financial Times, il presidente russo Vladimir Putin ha messo da parte il fioretto e ha sfoderato la sciabola. Non ha lesinato forti critiche a diversi aspetti del sistema liberale, tra cui il dilagare dell’ideologia gender. Le sue parole sono rimbalzate su altri media occidentali, poco abituati ad assistere ad una presa di posizione così netta da parte di uno statista in questioni cosiddette etiche. E poco abituata è anche l’opinione pubblica, una cui larga fetta guarda con una certa ammirazione a chi si erge a difensore, nella società e in politica, di certi valori tradizionali. La questione antropologica, del resto, assume oggi un respiro preminente. I sempre più diffusi stravolgimenti del diritto naturale, in ragione del diritto individuale assurto a totem, interrogano le coscienze. Quali risvolti sociali possono derivarne?

 

Le preoccupazioni al riguardo ruotano attorno ad un asse ecumenico e politico che unisce Roma a Mosca, e che ha delle appendici anche in altri punti della cartina geografica. Nel febbraio 2016 gli occhi del mondo si sono rivolti all’aeroporto de L’Avana, a Cuba, dove si è tenuto lo storico incontro tra due viaggiatori d’eccezione: Papa Francesco e il Patriarca russo-ortodosso Kirill. I due leader spirituali hanno firmato una dichiarazione congiunta di 30 punti che segna una svolta nel cammino di riavvicinamento tra cattolici e ortodossi. “In quest’epoca inquietante – si legge nel punto 13 della dichiarazione -, il dialogo interreligioso è fondamentale”. Francesco e Kirill, infatti, sono consapevoli dell’apporto che le religioni possono dare per arginare pericolose derive di secolarizzazione. Nel punto 15 si fa riferimento al fatto che “la trasformazione di alcuni Paesi in società secolarizzate, estranee ad ogni riferimento a Dio ed alla sua verità, costituisce una grave minaccia per la libertà religiosa”. Non stupisce, pertanto, che la minaccia sia rivolta anche alla vita nascente mediante l’aborto, alla vita più vulnerabile con l’eutanasia, alla generazione della vita attraverso tecniche di procreazione medicalmente assistita, nonché alla famiglia quale cellula fondante della società con il riconoscimento di nuove forme di unioni. È per questo che Francesco e Kirill dedicano due punti (il 19 e il 20) al tema della famiglia, esprimendo apprensione per la crisi che essa attraversa in molti Paesi. “La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e di una donna”, precisa la dichiarazione. “Ci rammarichiamo – si legge ancora – che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione, mentre il concetto di paternità e di maternità come vocazione particolare dell’uomo e della donna nel matrimonio, santificato dalla tradizione biblica, viene estromesso dalla coscienza pubblica”. Nel documento è rivolto un appello ai giovani: “Non abbiate paura di andare controcorrente”.

 

Un monito che devono tener presente anche i cristiani in politica. E contro la corrente del pensiero dominante (sui temi di vita e famiglia, nonché su un concetto di laicità mutato in laicismo) va la Costituzione ungherese entrata in vigore nel 2012, la quale rivendica con orgoglio “il ruolo del cristianesimo nella preservazione della Nazione”, pur rispettando “le diverse tradizioni religiose del Paese”; afferma poi di tutelare la vita umana “fin dal concepimento” e l’istituto del matrimonio “quale unione volontaria di vita tra l’uomo e la donna, nonché la famiglia come base di sopravvivenza della Nazione”. Che un simile testo vada controcorrente lo testimonia la ridda di critiche suscitate in Occidente, rivolte al governo di Viktor Orban. Colpevole quest’ultimo – secondo l’Unione europea – di aver lanciato nel 2011 una campagna per dissuadere le donne dall’aborto. Eppure l’azione ha dato i suoi frutti: tra il 2010 e il 2015 si è registrato un calo del 23% delle interruzioni volontarie di gravidanza nel Paese magiaro. Come stanno dando i loro frutti anche le robuste politiche ungheresi per incentivare la natalità, altra impellente questione su cui i politici cristiani europei sono chiamati ad intervenire. E proprio nella capitale ungherese (una delle appendici dell’asse a difesa dei principi non negoziabili che unisce Roma e Mosca), dal 4 al 6 settembre prossimi, si terrà il Budapest Forum for Christian Communicators: diversi relatori (politici, religiosi, giornalisti) discuteranno delle sfide che i comunicatori cristiani si trovano ad affrontare nel nostro tempo, dalla persecuzione dei cristiani alle migrazioni, passando, appunto, per le questioni relative alla famiglia. Significativo che tra i relatori ci sarà anche il metropolita Hilarion, capo del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca. La questione antropologica si conferma un tassello importante dell’attuale assetto geopolitico mondiale.



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