Altro che finti rivoluzionari alla Fedez, ecco la meglio gioventù

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All’inferno Fedez e quei sindacati che non difendono i lavoratori. Ieri nella mia rubrica su Rai2, Commedia Divina, in onda ad Anni 20, li ho condannati a bruciare nelle fiamme degli Inferi. Il motivo è presto detto. Un tempo era la classe operaia ad andare in Paradiso, come raccontava anche il maestro Elio Petri nel suo film capolavoro del 1971. Oggi invece non è più così. Abbiamo assistito al monologo del rapper dal palco del Primo Maggio. Quella ricorrenza (vuota) per celebrare la festa di un lavoro che è sempre più una chimera si è trasformata nella sagra dell’ideologia. Il dramma sociale del lavoro, soprattutto in tempi di pandemia, doveva essere l’unico vero protagonista. Invece un cantante, finto rivoluzionario, con il Rolex e le unghie laccate di smalto, si è preso la scena per lanciarsi in un discorso comodo e conformista a favore del Ddl Zan. Una marionetta del sistema, figlio del politicamente corretto, che fa sfoggio della sua svolta impegnata dopo avere macinato fior fiore di testi anti gay. Indignarsi per i lavoratori sfruttati dalla multinazionale del web di cui è testimonial – 44 miliardi ricavi nel 2020 e zero tasse pagate in Europa- certo gli sarebbe costato troppo, in effetti. E gridare le tutele mancate e le morti bianche non aiuta a fare like. Soprattutto non fa vendere smalti. Una speculazione vergognosa che ha un sapore ancora più amaro alla luce della morte di Luana D’Orazio, una giovane di 22 anni della provincia di Prato, madre di un bimbo di 5 anni, rimasta schiacciata da un orditoio nell’azienda tessile in cui lavorava. Ecco, questo è il Paese reale di cui nessuno parla, che è molto lontano da quel circo di nuovi mostri messo in piedi da trapper, influencer e saltimbanchi del globalismo. Così succede che, mentre la politica passa il Primo maggio a rispondere a Fedez, si dimentica del diritto al lavoro, delle vittime del lavoro e di chi un lavoro ancora non ce l’ha. L’ennesima occasione persa per un Paese in cui continuano a fare più rumore le parole ipocrite di un tatuato che prova a cantare, che una vita spezzata troppo presto. Intanto, dopo Luana, un operaio di 49 anni è rimasto schiacciato da una fresa mentre lavorava nella sua azienda a Busto Arsizio. Domani a chi toccherà? Per rispondere a questa domanda, puntiamo sulle giovani generazioni, futura classe dirigente di domani che non sogna solo una carriera da influencer, al soldo dei grandi marchi. Michele Schiavi, sindaco a 20 anni, Luigi Spina, ferito da una coltellata per difendere una donna, Giuseppe Cassano, che a 16 anni ha realizzato in 3D i dpi per gli infermieri. Loro sono la meglio gioventù di ogni regione d’Italia e ve li raccontiamo nel nuovo numero di maggio. Andate in edicola e scoprite chi sono i veri esempi da seguire.

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